IL VISIONARIO OSSIANO MEMORIE DEL CONTE*** PUBBLICATE DA FEDERICO SCHILLER TRADUZIONE DI GIOVANNI BERCHET LIBRO PRIMO Io intraprendo la narrazione di avventure che a molti parranno incredibili, e della maggior parte delle quali sono stato io stesso testimonio oculare. A que' pochi che hanno contezza di un certo avvenimento politico, serviranno questi fogli, se pur vedranno la luce durante la loro vita, di opportuno schiarimento al medesimo; ed anche, senza servire a tal uopo, potranno riuscire interessanti a chiunque come supplemento alla storia de' raggiri e degli errori dello spirito umano. Sorprenderà l'arditezza del piano che la malvagità è capace di progettare ed eseguire; sorprenderà la singolarità de' mezzi ch'ella sa adoperare onde conseguirne l'intento. La piú pura ed esatta verità sarà scorta alla mia penna; poiché quando questi fogli saranno pubblicati io piú non esisterò, e nulla avrò a perdere o a guadagnare pel racconto che con essi mi accingo ad esporre. Nell'anno 17**, di ritorno da un mio viaggio fatto nella Curlandia, trovandomi in tempo di carnevale a Venezia, mi recai a fare una visita al Principe di ***, che colà soggiornava. Noi ci eravamo già prima conosciuti essendo entrambi al servigio militare dell'..., ed ora rinnovammo quindi una conoscenza che la pace interrotta avea. Desiderando io d'altronde di vedere le cose rimarcabili di quella città, e non aspettando il Principe che le opportune cambiali per ritornarsene ad N., mi persuase facilmente a tenergli compagnia ed a differire la mia sino alla sua partenza. Noi ci demmo parola di non separarci l'uno dall'altro durante il nostro soggiorno in Venezia, ed il Principe ebbe la bontà di offerirmi il suo proprio alloggio nell'albergo del Moro. Egli vivea colà perfettamente incognito, perché viver volea a se stesso, ed il suo scarso appannaggio non gli avrebbe neppure permesso di sostenere con decoro il suo alto rango. Due Cavalieri, della cui segretezza egli potea sicuramente fidarsi, ed alcuni fedeli domestici formavano tutto il suo seguito. Egli evitava il dispendio piú per temperamento che per risparmio. Non amava i divertimenti; nell'età di appena trentacinque anni avea saputo resistere a tutti gli allettamenti di quella voluttuosa città. Il bel sesso avealo sino a quell'epoca ritrovato indifferente. Una profonda serietà ed una entusiastica melanconia regnava sul di lui carattere. Le sue inclinazioni erano placide, ma persistenti sino all'eccesso; lenta e timida era la sua scelta, ma caldo e perpetuo il suo attaccamento. In mezzo alla strepitosa folla del gran mondo egli se ne andava come solitario. Assorto nel suo mondo immaginario, nel reale trovavasi egli poi sovente come straniero. Niuno piú di lui era nato per lasciarsi signoreggiare, senza esser debole. Se si otteneva di persuaderlo egli era impavido e franco, mostrando egual coraggio per combattere un pregiudizio riconosciuto, come per morire a sostenerne un altro che tale sembrato non gli fosse. Come terzogenito della sua famiglia non avea alcuna probabile apparenza di regnare. La sua ambizione non erasi mai, sotto questo rapporto, manifestata; le sue passioni aveano presa una direzione diversa. Pago di non dipendere da verun arbitrio straniero, non provava la tentazione di comandare altrui: la tranquilla libertà della vita privata, ed il godimento d'una spiritosa conversazione erano il limite de' voti suoi. Leggeva molto, ma senza scelta dell'ottimo: una educazione trascurata, e l'essere entrato assai per tempo nel servigio militare aveano impedito al suo spirito di pervenire alla dovuta maturità. Tutte le cognizioni ch'egli andava in seguito acquistando non facevano che accrescere la confusione delle sue idee, poiché appoggiate non erano ad alcun sodo fondamento. Egli era addetto alla religione protestante, come tutta la sua famiglia, per effetto di nascita, non già di esame che mai non avea intrapreso, quantunque in una cert'epoca di sua vita si fosse dimostrato invaso da fanatismo di religione. Libero muratore, ch'io mi sappia, non è egli stato giammai. Una sera mentre, secondo il solito, in maschera e noi due soli andavamo a passeggiare sulla piazza di S. Marco, cominciando a farsi tardi, ed essendosi dispersa la folla, osservò il Principe che una maschera ci seguiva da per tutto. Questa maschera era un Armeno, ed andava solo. Noi accelerammo i passi e cercammo con frequenti aberrazioni di strada di deviarlo dalla nostra traccia, ma invano: la maschera tenevasi sempre dietro e vicinissima a noi. - Non ha ella qui avuto qualche intrico amoroso? - dissemi finalmente il Principe. - I mariti in Venezia sono pericolosi. - Io non ho relazione con donna alcuna in questa città - gli rispos'io tosto. - Sediamoci qui, e parliamo tedesco - continuò egli. - M'immagino che siamo presi in isbaglio. Noi ci mettemmo a sedere sovra una panca di pietra, ed aspettammo che la maschera passasse piú oltre. Essa venne direttamente a noi, e si assise a fianco del Principe. Egli cavò l'oriuolo, e dissemi ad alta voce in francese, alzandosi: - Sono passate le nove. Andiamo. Ci scordiamo che ci aspettano al Louvre. - Egli disse queste parole soltanto per allontanar la maschera dalla nostra traccia. - Nove ore - rispose ella nella stessa lingua con energia, ma lentamente. - Si congratuli, signor Principe - chiamandolo col suo vero nome. - A nove ore appunto egli è morto. Ciò dicendo, alzossi e partí. Noi ci guardammo l'un l'altro attoniti. - Chi è morto? - disse finalmente il Principe dopo un lungo silenzio. - Andiamole dietro - diss'io - e chiediamone la spiegazione. Frugammo per tutti gli angoli della piazza di S. Marco. La maschera era sparita. Noi ce ne ritornammo malcontenti al nostro albergo. Durante la strada il Principe non profferí parola, ma scostatosi da me camminava solo, e sembrava in una forte agitazione d'animo, siccome egli stesso me lo confessò di poi. Giunti all'albergo, ruppe il silenzio dicendo: - Per verità ella è cosa ben ridicola che uno stravagante possa con due parole turbar la quiete altrui. Ci augurammo felice riposo, e subito ch'io mi fui ritirato nella mia camera feci nel mio portafogli una memoria del giorno e dell'ora in cui ciò era accaduto. Era un giovedí. La sera susseguente mi disse il Principe: - Non vogliamo noi far una passeggiata sulla piazza di S. Marco, e rintracciare il nostro misterioso Armeno? Bramerei pur vedere il fine di questa scena. Io vi acconsentii, e restammo sino alle undici ore sulla piazza. L'Armeno fu invisibile. Noi vi ritornammo per quattro sere consecutive, ma senza miglior successo. Mentre uscivamo la sesta sera dal nostro albergo, non so se accidentalmente, o per qualche motivo il facessi, avvertii le persone di servizio del luogo dove si potrebbe ritrovarci nel caso che di noi si cercasse. Il Principe rimarcò la mia precauzione, e lodolla con un sorriso. V'era gran folla di gente sulla piazza di S. Marco quando vi arrivammo. Noi avevamo fatti appena trenta passi, allorché io osservai di nuovo l'Armeno che si cacciava con impeto fra la moltitudine e cogli sguardi sembrava ricercare alcuno. Eravamo vicini a raggiungerlo, allorché‚ il Barone di F*** che era del seguito del Principe, venne ansante a noi, e consegnò al Principe stesso una lettera. - È suggello nero - egli soggiunse - abbiamo sospettato che fosse affare premuroso. Questo fu per me come un colpo di fulmine. Il Principe erasi accostato ad un fanale, e cominciava a leggere allorché si pose a gridare: - Mio cugino è morto. - Quando? - l'interruppi io tosto. Tornò egli a guardar la lettera, e rispose: - Giovedí scorso, alle nove della sera. Non avevamo avuto tempo di riaverci dallo stupore, che subito l'Armeno si trovò fra noi. - Altezza - diss'egli al Principe - ella è qui conosciuto, Affretti il suo ritorno all'albergo del Moro. Ella vi ritroverà una Deputazione del Senato. Non abbia difficoltà ad accogliere l'onore che le si vuol fare. Il Barone di F*** ha dimenticato di dirle che le di lei cambiali sono giunte. Ciò detto si dileguò tra la folla. Noi ci affrettammo a ritornare al nostro alloggio. Tutto si trovò colà come l'Armeno annunziato lo avea. Tre nobili della Repubblica stavano pronti a complimentare il Principe ed accompagnarlo con pompa all'Assemblea, dove la primaria nobiltà della metropoli lo attendeva. Egli ebbe appena tempo di accennarmi alla sfuggita ch'io dovessi stare in guardia per lui. Verso le undici della notte il Principe fu di ritorno. Egli entrò in camera serio e pensoso, e dopo congedati i domestici, presami la mano: - Conte - mi diss'egli colle parole di Amleto - vi sono piú cose in cielo e sulla terra di quelle che noi sogniamo nel nostro filosofare. - Altezza - rispos'io - ella sembra obbliare ch'ella va a riposo piú ricco d'una grande speranza. Il defunto era Principe ereditario, figlio unico del regnante, il quale era provetto e cagionevole di salute, ed ormai privo di speranza d'aver di sé nuova successione. Uno zio del nostro Principe, egualmente improle e senza intenzione di averne, rimaneva ora solo fra lui ed il trono. Io rammento tale circostanza, perché accaderà in seguito di farne menzione. - Non mi rammentate tali cose - disse il Principe - e quand'anche si fosse per me conquistata una corona, avrei ora piú da fare che di riflettere a queste frivolezze. Se quell'Armeno solamente non ha indovinato. - Com'è possibile, Principe? - io l'interruppi. - Io voglio cedervi tutte le mie speranze di regnare per una fratesca cocolla. La sera vegnente noi ci trovammo piú per tempo del solito sulla piazza di S. Marco. Un improvviso temporale ci costrinse ad entrare in un caffè, dove si teneva banca da giuoco. Il Principe si pose dietro la sedia di uno Spagnuolo ad osservare il giuoco. Io era entrato in una camera contigua, dove leggevo de' fogli. Qualche minuto dopo udii dello strepito. Prima dell'arrivo del Principe lo Spagnuolo perdeva sempre, ma dopo guadagnava sopra tutte le carte. Il giuoco avea sofferto grande alterazione, e la banca era in pericolo d'esser fatta saltare dal puntatore, che questa felice rivoluzione avea reso ardito. Il Veneziano che la teneva disse al Principe con tuono di voce offensivo, che egli disturbava la sorte, e che si ritirasse da quel posto. Questi lo guardò freddamente, e rimase ov'era: egli stavasi in tale positura allorché il Veneziano replicò in francese la sua insultante espressione. Quest'ultimo credea che il Principe non intendesse né una lingua, né l'altra, e si rivolse con sorriso sprezzante agli altri, interrogandoli cosí: - Mi dicano, di grazia, signori, come devo farmi intendere da quel balordo? Nello stesso tempo si alzò, e voleva afferrare pel braccio il Principe: questi perdette allora la pazienza, ghermí il Veneziano con mano intrepida, e gettollo per terra. Tutta la casa fu in iscompiglio. A questo rumore io accorsi precipitosamente colà, e senza pensarvi lo chiamai pel suo nome. - Si guardi, Altezza - soggiunsi io poi con irriflessione - che siamo in Venezia. Il nome del Principe impose tosto un alto silenzio, al quale successe poi un bisbiglio che mi parve sinistro. Tutti gli astanti italiani si radunarono in vari gruppi, e si tirarono in disparte. L'uno dopo l'altro uscirono poi dalla sala, e finalmente vi restammo noi due soltanto con lo Spagnuolo ed alcuni Francesi. - Ella è perduta, Altezza - dissero questi - se non esce immediatamente da questa città. Il Veneziano ch'ella ha trattato sí male, è ricco e ragguardevole; non gli costerà che cinquanta zecchini il farla privar di vita. Lo Spagnuolo si offerse per la sicurezza del Principe di andare a chiamar la guardia ed accompagnarci egli stesso all'alloggio. Lo stesso far volevano anche i Francesi. Noi eravamo ancora irresoluti e riflettevamo a ciò che far si dovea, allorché vedemmo aprirsi la porta ed entrare alcuni ufficiali dell'Inquisizione di Stato. Essi ci mostrarono un ordine di governo col quale ci veniva intimato di seguirli immediatamente. Da numerosa pattuglia fummo condotti sino al canale. Quivi ci aspettava una gondola, nella quale dovemmo entrare. Prima di uscirne ci furono bendati gli occhi. Ci fu fatto salire un grande scalone di marmo, e poi ci condussero per lunghi e tortuosi andirivieni a chiocciola sotto arcate volte, siccome potei arguirlo dall'eco moltiplice che risuonava sotto a' nostri passi. Alfine arrivammo ad un altro scalone che ci fece discendere per ventisei gradini sotterra. Quivi si aperse una sala dove ci fu levata la benda dagli occhi. Noi ci ritrovammo in un circolo di venerandi vecchi, tutti vestiti di nero, siccome di drappo nero erano pur ricoperte le pareti di tutta la sala che era parcamente illuminata, lo che unito al profondo silenzio che regnava in quell'assemblea, fece in noi una terribile impressione. Uno di que' vegliardi, ch'era probabilmente il primo Inquisitor di Stato, s'accostò al Principe ed interrogollo con aria imponente, mentre gli veniva condotto dinanzi il Veneziano: - Riconoscete voi quest'uomo per quello stesso che vi ha offeso al caffè? - Sí - rispose il Principe. Allora il primo si rivolse al detenuto, e disse: - È questa la stessa persona che voi questa sera volevate far ammazzare? Il detenuto rispose di sí. Tosto il circolo si aperse, e con terrore osservammo spiccarsi dal busto il capo del Veneziano. - Siete voi contento di tale soddisfazione?- interrogò di nuovo l'Inquisitor di Stato. Il Principe era caduto in deliquio fra le braccia di chi lo scortava. - Ora andate - continuò quel Magistrato con spaventoso tuono di voce a me rivolto - e all'avvenire siate piú cauto nel giudicare della giustizia di Venezia. Noi non potemmo indovinare chi fosse l'incognito amico, che col pronto braccio della giustizia salvato ci avea da una sicura morte. Istupiditi dal terrore arrivammo al nostro alloggio. Era mezzanotte. Il Gentiluomo di camera de Z*** ci aspettava con impazienza alla scala. - Oh! quanto opportunamente ha Vostra Altezza mandato ad avvertire! - diss'egli al Principe, mentre ci facea lume. - Una notizia, che il Barone di F*** ci recò dalla piazza di S. Marco subito dopo la sua partenza, ci avea messi per lei in angosce mortali. - Io ho mandato? Quando? Non so nulla di ciò! - rispose il Principe. - Questa sera dopo le ore otto - ripigliò il Gentiluomo di camera - ella ci ha fatto dire che non dovessimo inquietarci per nulla s'ella ritardava a ritornare a casa. Qui il Principe guardommi in faccia, e disse: - Avete voi forse, senza mia saputa, presa questa precauzione? Io gli risposi che non sapeva assolutamente nulla. - Eppure, Altezza, ella è cosí - disse il Gentiluomo di camera. - Tanto è vero, che qui v'è la di lei mostra di ripetizione, ch'ella ha mandato per sicurezza. Il Principe portò la mano alla tasca dell'oriuolo, ma non ve lo trovò, e riconobbe quello per suo. - Chi lo ha portato? - diss'egli con sorpresa. - Una maschera incognita vestita all'armena, che tosto se ne partí. Noi restammo immobili, e ci guardammo. - Che ne pensate voi? - disse Finalmente il Principe dopo un lungo silenzio. - Io ho un segreto esploratore qui in Venezia. La terribile scena di quella notte cagionò una febbre al Principe che lo obbligò per otto giorni a non uscir di camera. In questo frattempo brulicava il nostro alloggio di nazionali e forestieri, colà spinti dalla scoperta condizione del Principe. Tutti facevano a gara ad offerirgli i loro servigi; ognuno cercava, secondo i suoi mezzi, di farsi valere. Piú non si fece parola dell'accaduto nell'Inquisizione di Stato. Desiderando la corte di *** che fosse differita ancor per qualche tempo la partenza del Principe, alcuni banchieri di Venezia ebbero ordine di sborsargli somme considerabili di contante. Cosí venne posto, suo malgrado, in istato di prolungare la sua dimora in Italia, e ad istanza sua io pure mi risolsi di differire ancora la mia partenza. Tosto ch'egli ebbe ricuperata la sua salute, a segno di poter uscir dall'appartamento, il medico lo consigliò di fare una gita sulla Brenta per cambiar aria. Il tempo era bello, e la partita venne accettata. Mentre noi eravamo in procinto di montare in gondola, s'accorse il Principe di avere smarrita la chiave d'uno scrigno, il quale conteneva delle carte di somma importanza. Noi ritornammo tosto indietro per ricercarla. Egli rammentavasi precisamente di aver chiuso lo scrigno anche il giorno precedente, e dopo d'allora egli non era uscito dalla camera. Ma ogni ricerca fu vana: noi dovemmo desistere per non perder tempo. Il Principe, di cui l'animo era superiore ad ogni sospetto, dichiarò la chiave perduta, e ci pregò di non piú farne motto. La gita fu al sommo aggradevole. Una campagna pittoresca, che ad ogni curvilineo giro del fiume parea superar se stessa in ricchezza ed amenità, un cielo sereno, che alla metà di febbraio rappresentava il maggio de' ridenti giardini, ed innumerevoli case di delizia di gusto squisito che adornano amendue le sponde della Brenta, in lontananza dietro di noi la maestosa Venezia con cento torri ed alberi di navi che pareano sorger di mezzo all'acque, tutto ciò presentavaci lo spettacolo il piú magnifico del mondo. Noi ci abbandonavamo interamente all'incanto di sí bella natura; il nostro umore era giocondissimo, il Principe stesso avea perduta la sua serietà e gareggiava in lieti scherzi con noi. Un melodioso concerto di musica echeggiava al nostro arrivo, allorché, giunti alla distanza di alcune miglia dalla città, noi smontammo a terra. Questa musica veniva da un piccolo villaggio, dove c'era una fiera; quivi eravi prodigioso concorso di società d'ogni genere. Un drappello di giovani donzelle e ragazzi, tutti vestiti alla foggia teatrale, ci complimentò con una danza pantomimica. Il ballo era di nuova invenzione; la leggiadria e le grazie ne animavano ogni movimento. Sul finire di esso la prima ballerina, che rappresentava una regina, parve di repente come trattenuta da un braccio invisibile, rimase immobile, e con essa tutti gli altri. Tacque la musica. Non si udiva un sol respiro in tutta la compagnia, ed essa stava colà con lo sguardo immoto, e fiso al suolo in profondo stupore. Tutto ad un tratto col furor dell'ispirazione spiccò un salto in aria, volse le inquiete ed erranti sue pupille all'intorno, indi gridò: - Èvvi un re tra noi. - Levossi la corona dal capo e la depose ai piedi del Principe. Tutti gli astanti drizzarono i loro sguardi a lui, stando per lungo tempo incerti se qualche significato vi fosse in questa farsa; tanta era stata l'illusione che prodotta avea l'espressione piena d'energia e d'affetto di quella danzatrice. Uno strepitoso e generale batter di mani in applauso interruppe finalmente quel silenzio. I miei occhi cercavano il Principe. Io osservai ch'egli era un poco commosso, e procurava di schivare gli sguardi indagatori degli astanti. Egli gettò del danaro fra que' ragazzi, e si affrettò di ritirarsi da quella folla di popolo. Avevamo appena fatti alcuni passi, allorché un reverendo Francescano si cacciò fra la moltitudine, e venne all'incontro del Principe. - Signore - disse cotesto frate - dà un poco delle tue ricchezze alla Madonna; tu avrai bisogno della sua intercessione. Egli disse queste parole con un tuono che ci conturbò. La calca lo trasportò altrove. Il nostro séguito frattanto era cresciuto. Un Lord inglese, che il Principe avea di già veduto a Nizza, alcuni negozianti di Livorno, un Canonico tedesco, un Abate francese con alcune dame e un Ufficiale russo eransi accompagnati con noi. La fisionomia dell'ultimo avea un non so che di affatto straordinario, che fissò la nostra attenzione. Giammai in mia vita io non vidi tante fattezze e sí poco carattere, tanta amorevolezza attraente con sí ributtante freddezza unite in un volto umano. Tutte le passioni sembravano avervi combattuto e poi abbandonato il posto. Non altro eravi rimasto che il tranquillo e penetrante sguardo d'un profondo conoscitore degli uomini, che sgomentava ogni pupilla da lui colpita. Quest'uomo singolare ci seguiva da lungi, ma sembrava interessarsi pochissimo in tutto quello che ci accadeva. Noi arrivammo ad un casotto dove tenevasi una lotteria. Le signore vollero mettervi, e noi imitammo il loro esempio; anche il Principe domandò un biglietto, e guadagnò una tabacchiera. Nell'aprirla ch'ei fece io lo vidi impallidire, e dar indietro. La chiave dello scrigno eravi rinchiusa. - Che cosa è questa? - dissemi il Principe, quando ci trovammo soli un momento. - Una forza superiore mi perseguita. Io mi trovo avvolto in dense tenebre. Qualche essere invisibile, da cui sottrar non mi posso, veglia su tutti i miei passi. Io devo rintracciar l'Armeno, e procurarmi lume da lui. Il sole declinava all'occaso allorché arrivammo alla casa di delizia, ove fu apprestata la cena. Il nome del Principe avea aumentata la nostra società sino al numero di sedici persone. Oltre i summentovati eravi anche un virtuoso di Roma, alcuni Svizzeri, ed un avventuriere di Palermo, che portava l'uniforme, e si spacciava per capitano. Fu conchiuso di colà passare tutta la serata, e di ritornare a casa a lume di fiaccole. La conversazione durante il pasto fu molto allegra, ed il Principe non poté trattenersi di raccontare l'avventura della chiave, la quale eccitò una generale sorpresa. Si disputò fortemente sopra questa materia. La maggior parte sostenne arditamente che tutte queste arti segrete non erano che pretta ciarlataneria. L'Abate, che avea già bevuto assai, sfidò tutto l'impero degli spiriti a comparire; l'Inglese bestemmiò; il Musico fece il segno di croce per allontanare il Diavolo. Pochi altri, tra i quali era il Principe, opinarono che sospendere si dovesse di dar giudizio sopra simili cose: frattanto l'Ufficiale russo trattenevasi con le dame, e mostrava di non far attenzione a tutto questo diverbio. Nel calore della disputa non si era osservato, che il Siciliano era ito altrove. Passata appena una mezz'ora ritornò imbacuccato in un mantellaccio, e si pose dietro la sedia del Francese. - Voi avete poc'anzi mostrata la bravura di sfidare tutti gli spiriti - diss'egli - volete voi cimentarvi con uno? - Accetto - rispose l'Abate - purché v'incarichiate di qui condurmelo. - Ed io lo farò - ripigliò il Siciliano (rivolgendosi verso di noi) - quando questi signori e dame saranno partiti. - Perché questo? - gridò l'Inglese. - Uno spirito coraggioso non deve aver paura d'un'allegra brigata. - Io non sono garante del risultato - disse il Siciliano. - Per amor del cielo! No! No! - gridarono le dame a tavola, e s'alzarono spaventate dai loro sedili. - Fate pur venire il vostro spirito - disse l'Abate burbanzoso - ma avvertitelo prima che qui vi sono dei ferri acuti - e ciò dicendo chiedeva la spada ad uno de' commensali. - Voi la potrete poi maneggiare a vostro talento - rispose il Siciliano - se ve ne rimarrà ancora la voglia. - Ciò detto si rivolse al Principe, e gli disse: - Altezza, ella sostiene che la sua chiave è stata in mani straniere. Può ella sospettare in quali? - No. - Non pensa neppure a nessuno? - Veramente avrei un pensiero. - Riconoscerebbe ella la persona, se la vedesse dinanzi a sé? - Non v'ha dubbio. Qui il Siciliano gettò indietro il mantello, e cavò fuori uno specchio che presentò agli occhi del Principe. Il Principe si ritirò con sorpresa. - Cosa ha veduto, Altezza? - io gli domandai. - L'Armeno. Il Siciliano tornò a nascondere lo specchio sotto il mantello. - Era la persona stessa, cui ella pensava? - dissero tutti quelli della conversazione al Principe. - Quella medesima. Qui ogni faccia cangiò di colore, e si cessò di ridere. Gli occhi di tutti erano fissi sopra il Siciliano con molta curiosità. - Signor Abate, l'affare si fa serio - disse l'Inglese - vi consiglierei a disdirvi, od a ritirarvi. - Il furbo ha il diavolo in corpo - gridò il Francese, e fuggí via. Le dame corsero fuori della sala con alte grida, il virtuoso le seguí, il Canonico tedesco russava sopra una sedia profondamente addormentato, il Russo stava come prima assiso con indifferenza. - Voi forse non avete voluto che far ridere a spese d'un Rodomonte - ripigliò il Principe dopo che quegli altri furono andati via - oppure avreste voglia di mantener la parola? - È vero - rispose il Siciliano - coll'Abate io non parlava sul serio; io non gli feci quella proposizione, se non perché sapeva bene, che il cacacciano non mi avrebbe preso in parola. Del resto, la cosa è troppo seria per poter convertirla in un semplice scherzo. - Voi concedete dunque che sta in poter vostro? Il Mago tacque lunga pezza, e sembrava cogli occhi scandagliare minutamente il Principe. - Sí - rispos'egli finalmente. La curiosità del Principe era di già salita al grado estremo. L'aver relazione cogli spiriti era stato altre volte il suo delirio favorito, e dopo quella prima apparizione dell'Armeno gli si erano risvegliare le antiche idee che il suo piú maturo raziocinio avea per lungo tempo sbandite. Egli si tirò in disparte col Siciliano, ed io udii sollecitarnelo premurosamente. - Voi avete qui davanti un uomo - continuò egli - che arde d'impazienza d'essere ridotto alla persuasione sopra questa importante materia. Io abbraccerei come mio benefattore, come mio grande amico, quegli che dissipasse i miei dubbi, e mi togliesse il velo dagli occhi. Volete voi acquistarvi un sí gran merito presso di me? - Che mi ricerca ella mai? - disse il Mago con ripugnanza. - Per ora soltanto un saggio della vostra arte. Fatemi vedere un'apparizione. - Dove andrà poi ciò a finire? - Da una piú esatta cognizione di me potrete quindi giudicare s'io sia degno di una piú profonda istruzione. - Io la stimo quant'altri mai, Altezza; una segreta forza nel di lei aspetto, ch'ella stessa non conosce ancora, hammi legato a lei al primo vederla. Ella è piú potente che non sel crede. Ella può comandarmi, e disporre illimitatamente d'ogni mia facoltà; ma... - Via, dunque fatemi vedere un'apparizione. - Ma io deggio prima esser sicuro ch'ella non mi fa tal domanda per curiosità. Quantunque le forze invisibili dipendano in certo modo dal mio volere, ciò è non di meno sotto il sacro patto ch'io non profanerò i sacri misteri, che non abuserò della mia autorità. - Le mie intenzioni non possono essere piú pure. Io voglio la verità. Qui levaronsi dal loro posto, ed accostaronsi ad una finestra lontana, da dove non potei piú udire il seguito del loro discorso. L'Inglese che avea parimenti ascoltato questo colloquio, mi tirò in disparte. - Il vostro Principe è un degno signore - mi diss'egli. - Io deploro ch'egli si familiarizzi con un impostore. - La fortuna di costui - io gli risposi - sarà a misura del suo successo in questo affare. - Sapete cosa faremo? - disse l'Inglese. - Ora il povero diavolo fa il prezioso. Egli non mostrerà la sua merce sinché non sente il suono del danaro. Noi siamo nove. Facciamo una colletta, e tentiamolo coll'esca d'un grosso premio. Questo sarà il suo rompicollo, ed aprirà gli occhi al vostro Principe. - Ne sono contento. L'Inglese gettò sei ghinee sopra un tondo, e raccolse in giro. Ognuno diede qualche luigi: il nostro progetto parve interessare singolarmente il Russo che pose sul tondo una cedola di banco di cento zecchini: prodigalità di cui l'Inglese rimase sorpreso. Noi portammo la colletta al Principe. - Abbia la bontà - disse l'Inglese - d'intercedere per noi presso questo signore, affinché ci mostri un saggio dell'arte sua, ed accolga questa piccola testimonianza della nostra riconoscenza. Il Principe pose sul tondo anche un ricco anello; e lo porse al Siciliano. Questi stette sovra pensiero alcuni secondi. Poi cosí parlò: - Miei signori e mecenati, questa generosità mi fa arrossire. Sembra che non conosciate bene il mio carattere; ma io m'arrendo alle vostre brame. Il vostro voto s'adempirà. - Frattanto tirò il cordone d'un campanello. - Quanto a quest'oro, sul quale io non ho alcun diritto, voi mi permetterete ch'io ne faccia deposito nel qui vicino monastero di Benedettini per usi pii. Quest'anello poi io lo serbo come preziosa memoria di questo degnissimo Principe. Qui comparve l'oste, cui egli tosto consegnò il danaro. - Eppure egli non lascia d'essere un furfante - dissemi l'Inglese sotto voce all'orecchio. - Egli ricusa il danaro perché ora il Principe è quegli che piú gli preme. - Oppure l'oste è con lui d'accordo - disse un altro. - Chi brama ella di vedere? - disse il Mago al Principe. Il Principe pensò un momento. - Un uomo grande a dirittura - gridò il Lord. - Cerchi il Papa Ganganelli. Per questo signore la fatica sarà presso a poco eguale. Il Siciliano si morse le labbra: - Non mi lice evocare alcuno che abbia ricevuto gli ordini sacri. - Questo è male - disse l'Inglese. - Noi forse avremmo potuto sapere da lui di che malattia è morto. - Il Marchese di Lanoy - cosí prese il Principe a parlare - era brigadier francese nell'ultima guerra, e mio intimo amico. Nella battaglia di Hastinbeck egli riportò una ferita mortale; fu portato nella mia tenda, dove pochi minuti dopo spirò fra le mie braccia. Mentr'egli stava agonizzando mi fe' cenno di accostarmegli. "Principe" cominciò egli a dirmi, "io non rivedrò la mia patria; permettami dunque di confidarle un segreto a me sol noto. In un chiostro situato sui confini delle Fiandre vive una..." e qui spirò. Le forbici della Parca troncarono il filo della sua vita e del suo discorso: quanto bramerei di qui averlo per udirne il fine! - Gran dimanda! - gridò l'Inglese. - Io la dichiaro per un secondo Salomone s'ella scioglie questo problema. Noi ammirammo l'ingegnosa scelta del Principe e l'approvammo concordemente. Frattanto il Mago passeggiava con rapidi passi avanti e indietro per la camera, e sembrava combattuto da contrari pensieri. - E questo era tutto quello - disse al fine al Principe - che il moribondo avea da lasciarle? - Tutto. - Fece ella qualche ulteriore indagine in rapporto a ciò nella sua patria? - Tutte furono inutili. - Visse il Marchese di Lanoy una vita irreprensibile? Non mi è permesso di evocare indistintamente ogni defunto. - Egli morí pentito de' suoi giovanili trascorsi. - Porta ella qualche memoria di lui presso di sé? - Sí. - (Il Principe portava in fatto presso di sé una tabacchiera, su cui v'era il ritratto a miniatura in ismalto del Marchese, e che egli avea lasciato allora sulla sua tavola.) - Altro non chieggo di sapere. Mi lasci solo. Ella vedrà il defunto. Noi fummo pregati di passare in un altro appartamento e di restarvi sinché non ci richiamasse. Egli fece tosto sgombrare tutti i mobili dalla sala, levare le invetriate e chiudere le imposte esteriori con la maggior esattezza. Ordinò all'oste, col quale sembrava aver già confidenza, di portare un braciere di carboni ardenti, e di estinguere diligentemente con acqua ogni altro fuoco che vi fosse in casa. Prima che ce ne andassimo via ci fece giurare ognuno di noi sulla parola d'onore di serbare un perpetuo silenzio su ciò che avremmo in seguito veduto ed udito. Usciti che fummo chiuse a chiave tutte le porte di quell'appartamento. Erano passate le undici della notte, ed un alto silenzio regnava in tutta la casa. Nell'uscire il Russo m'avea dimandato se avevamo delle pistole cariche presso di noi. - A che mai? - diss'io. - Ad ogni buon fine - egli rispose. - Aspettate un poco, voglio andarne a far ricerca. - Egli si allontanò. Il Barone di F*** ed io aprimmo una finestra che guardava dirimpetto a quell'appartamento, e ci parve di udire due persone susurrare insieme, e un mormorio come di chi appoggia una scala. Ma ciò non fu che una conghiettura, ed io non oso avanzarla come vera. Il Russo ritornò con un paio di pistole dopo essere stato assente una mezz'ora. Noi lo vedemmo caricarle. Erano circa le due dopo la mezzanotte allorché ricomparve il Mago, e ci annunziò che il tempo giusto era venuto. Prima che noi entrassimo nell'appartamento ci fu comandato di cavarci le scarpe e di comparirvi puramente in camicia, calze e mutande. Appena entrati furono, come prima, chiuse a chiave tutte le porte. Ritornati nella sala noi vi trovammo segnato con carbone un gran circolo che ci poteva comodamente tutti dieci contenere. Tutto all'intorno delle quattro pareti della sala erano stati levati i mattoni del pavimento, e noi stavamo come sopra un'isola. Un altare coperto di drappo nero stava eretto nel mezzo del circolo, sotto del quale era steso un tappeto di raso rosso. Una Bibbia in caratteri caldaici posata sovra d'un teschio stava aperta sopra l'altare, ed un Crocefisso d'argento eravi affisso. In vece di torcia ardeva dello spirito in una capsola pure d'argento. Un denso fumo d'incenso oscurava la sala, e quasi estingueva il lume. Lo scongiuratore era spogliato come noi, ed inoltre scalzo; d'intorno al nudo collo portava un amuleto appeso ad un cordone fatto di capelli umani; intorno alle reni era cinto d'un grembiale bianco, tutto segnato di cifre arcane e di figure simboliche. Egli ci ordinò di darci la mano l'un l'altro, e di osservare un profondo silenzio; ci raccomandò principalmente di non fare alcuna domanda all'apparizione. All'Inglese ed a me (de' quali mostrava aver maggior diffidenza) diede l'incarico di tenere due spade nude, immobili ed incrocicchiate all'altezza d'un pollice sopra l'estremità del suo capo, sintanto che durerebbe l'azione. Noi stavamo in semicerchio intorno a lui; il Russo ufficiale si cacciava presso l'Inglese, e stava il piú vicino all'altare. Con la faccia rivolta all'oriente si pose quindi il Mago sopra il tappeto, lo spruzzò d'acqua lustrale, ed asperse le quattro regioni del mondo, facendo un triplice e profondo inchino alla Bibbia. Durò un mezzo quarto d'ora lo scongiuro, del quale non intendemmo una sillaba: terminato il medesimo, accennò il Mago a quelli che dietro di lui gli erano piú vicini, di afferrarlo strettamente pei capelli. Tra le piú violente contorsioni chiamò tre volte il defunto per nome, e la terza volta stese la mano al Crocefisso. Tutto ad un tratto noi sentimmo tutti insieme un colpo come di fulmine che ci strappò le mani fuori l'una dall'altra: una detonazione improvvisa scosse la casa, tutti i chiavistelli cigolarono, tutte le porte traballarono, il coperchio della capsola si chiuse ed estinse il lume; indi tosto, sull'opposta parete sopra il camino, apparve una figura umana, con camicia insanguinata, e con viso squallido e moribondo. - Chi mi chiama? - proferí una voce fioca ed appena intelligibile. - L'amico tuo - rispose lo scongiuratore - che onora la tua memoria, e prega pel tuo eterno riposo - quindi soggiunse il nome del Principe. Le risposte seguivano sempre dopo un assai lungo intervallo. - Che brama egli? - continuò questa voce. - Udir vorrebbe il fine della tua confessione che tu incominciasti ancor vivente, e non finisti. - In un chiostro situato sui confini delle Fiandre vive... Qui tremò di nuovo la casa; la porta si spalancò da se stessa ad un tremendo colpo di tuono, un fulmine illuminò la camera, ed un'altra figura corporea, insanguinata e pallida come la prima, ma piú terribile, comparve sul limitare. Lo spirito di vino ricominciò ad ardere da se stesso, e la sala ritornò chiara come prima. - Chi è tra noi? - gridò il Mago atterrito, gettando uno sguardo spaventato sopra l'adunanza. - Io non volea te. Lo spettro andò con passo maestoso e leggiero direttamente all'altare, si pose sul tappeto dirimpetto a noi, e prese il Crocefisso. Noi non vedemmo piú la prima figura. - Chi mi chiama? - disse questo secondo fantasma. Il Mago cominciò fortemente a tremare. Il terrore e lo stupore ci aveano colpiti. Io impugnai una pistola, il Mago me la strappò di mano, e contro il fantasma la scaricò. La palla cadde rotolando lentamente sopra l'altare, ed il fantasma riapparve illeso fuori del fumo. Allora il Mago cascò svenuto. - Che ne avverrà di questo? - gridò l'Inglese tutto attonito, e volea scaricare un fendente di spada sopra il medesimo. Lo spettro allora gli toccò il braccio, e la spada cadde al suolo. Qui un sudor freddo mi rigò la fronte, e un acuto gelo mi corse per l'ossa. Il Barone di F*** ci confessò di poi, ch'egli avea dette delle preghiere. Durante tutto questo spazio di tempo il Principe stavasi intrepido e tranquillo con le pupille immote sopra il fantasma. - Sí! ti riconosco - gridò egli finalmente tutto commosso. - Tu sei Lanoy, tu sei l'amico mio. D'onde vieni? - L'eternità è muta. Chiedimi della passata mia vita. - Chi vive nel chiostro da te indicatomi? - Mia figlia. - Come? Tu fosti padre? - Oimè! poco io lo fui! - Non sei tu felice, o Lanoy? - Iddio ha giudicato. - Posso io renderti ancora qualche servigio su questa terra? - Altro, fuorché di pensare a te stesso. - Come degg'io ciò fare? - In Roma tu lo saprai. Qui seguí un nuovo colpo di tuono, una nera nube di fumo riempí la sala; dissipatasi questa, piú non si vide lo spettro. Io apersi una finestra. Era giorno. Allora cominciò anche il Mago a rinvenire dal suo stordimento. - Dove siamo noi? - gridò egli vedendo la luce del giorno. Il Russo ufficiale stavagli dietro assai vicino, e guatandolo per di sopra le spalle - Ciurmadore - gli diss'egli con terribile sguardo - tu non evocherai piú alcuno spirito. Il Siciliano si rivolse indietro, lo guardò fisso in volto, alzò un grido, e gli si prostrò a' piedi. Allora noi tutti portammo i nostri sguardi sopra il preteso Russo. Il Principe riconobbe in lui senza difficoltà i lineamenti del suo Armeno, e la parola che stava per proferire gli spirò sulle labbra. La paura e la sorpresa ci aveano quasi come impietriti. Ammutoliti ed immobili contemplavamo quell'essere misterioso, che con uno sguardo di tacita forza e grandezza ci squadrava da capo a piedi. Questo silenzio durò piú d'un minuto. In tutta la brigata non udivasi nemmeno un respiro. Alcuni reiterati e forti colpi alla porta ci riscossero al fine dal nostro stordimento. L'uscio cadde sfondato nella sala, ed entrarono i ministri della giustizia con le guardie. - Eccoli qui radunati - gridò il capo rivolgendosi a' suoi satelliti. - In nome del governo - ci diss'egli tosto - io vi arresto. Noi non ebbimo tempo di riaverci dallo sbigottimento; in brevi momenti fummo tutti circondati. L'Ufficiale russo, ch'io torno a chiamare l'Armeno, tirò a parte il capo degli sgherri, e, per quanto me lo permise la confusione, osservai che gli susurrò alcune parole all'orecchio, e mostrogli non so che di scritto. Tosto lo sgherro si scostò da lui con tacito e rispettoso inchino: rivoltosi quindi a noi, e levatosi il cappello: - Scusino, miei signori - diss'egli - se gli ho confusi con questo impostore. Io non dimando loro chi sono, poiché questo signore mi assicura che mi trovo in presenza di oneste persone. Tosto accennò a' suoi seguaci di lasciarci liberi, ma comandò di ben custodire e legare il Siciliano. - Il galantuomo è stramaturo - soggiuns'egli - sono già sette mesi che lo teniamo d'occhio. Questo povero diavolo era propriamente un oggetto di compassione. Il doppio timore della seconda apparizione, e di questa inaspettata sorpresa gli avea sopraffatto lo spirito. Si lasciò legare come un ragazzo; gli occhi suoi erano spalancati ed immobili in una faccia quasi moribonda, e le sue labbra erano tremanti e convulse senza poter proferire una sillaba. Noi ci attendevamo ad ogni momento di vederlo cadere in sincope. Il Principe fu mosso a pietà del suo stato, e tentò di ottenere la sua liberazione dal capo degli sgherri, con cui si diede a conoscere. - Altezza - disse questi - sa ella chi è colui pel quale ella sí generosamente s'interessa? La soperchieria che ha tentato di farle è il minore de' suoi delitti. Noi abbiamo nelle forze i suoi correi. Essi dicono cose orribili di costui. Egli può riputarsi felice se se ne purga con la galera. Frattanto noi vedemmo anche l'oste coi suoi coabitanti traversar il cortile tutti legati. - Anche questi? - disse il Principe. - Che colpa ha egli dunque commesso? - Egli era il suo complice, e ricettatore - rispose il capo degli sgherri - il quale gli prestava soccorso nelle sue ciurmerie e furti, dividendo seco lui le sue rapine. Bentosto ella ne sarà persuasa. - Rivoltosi intanto a' suoi satelliti: - Sia perlustrata tutta la casa, ed immantinente mi si rechi notizia di quanto sarà ritrovato. Allora il Principe si guardò intorno per vedere l'Armeno, ma non era piú presente: nella comune confusione cagionata da questo accidente, egli aveva trovato il mezzo di allontanarsi inosservato. Il Principe era inconsolabile; egli volea tosto mandargli appresso tutta la sua gente; voleva ricercarlo egli stesso, e condurselo seco. Io corsi alla finestra; tutta la casa era circondata da curiosi colà spinti dal rumore di questo avvenimento. Egli era impossibile di traversar la folla. Io ne feci la rappresentanza al Principe. - Se l'assunto di questo Armeno si è quello di celarsi a noi, egli sa indubbiamente i nascondigli meglio di noi, e tutte le nostre indagini saranno infruttuose. Piuttosto rimaniamo qui ancora, Altezza. Forse questo ministro di giustizia potrà darci di lui qualche ulterior ragguaglio, poiché a lui, s'io mal non m'apposi, egli si è scoperto. Allora soltanto ci accorgemmo che eravamo ancora senz'abiti indosso. Corremmo alla nostra camera per vestirci in fretta. Nel ritornarcene, la perlustrazione della casa era già terminata. Dopo aver rimosso l'altare, e spezzati i mattoni del pavimento della sala, fu scoperta un'ampia nicchia o vòlto, in cui poteva stare comodamente seduta una persona, con una porticella, che per una piccola scala conduceva alla cantina. In questa nicchia fu ritrovata una macchina elettrica, un orologio ed un campanello d'argento, il quale non meno della macchina elettrica, avea comunicazione con l'altare e col Crocefisso stabilito di sopra. Un'imposta del balcone situato dirimpetto al camino era traforata, e munita d'un tubo posticcio per introdurre, come di poi si seppe, una lanterna magica nella sua apertura da cui la figura che bramavasi vedere, andava a riflettere sulla parete del camino. Dal solajo e dalla cantina portavansi diversi tamburi, cui erano appiccate con cordoni grosse palle di piombo, probabilmente per produrre il rimbombo del tuono che avevamo udito. Visitati gli abiti del Siciliano, furono ritrovate in un astuccio diverse polveri, come pure del mercurio in boccette e scatole, del fosforo in un fiasco di vetro, un anello, che tosto riconobbimo essere magnetico, perché rimase attaccato ad un bottone di acciaio cui accidentalmente venne approssimato; nelle tasche dell'abito una corona, una barba d'ebreo, un paio di pistole ed un pugnale. - Vediamo se sono cariche - disse uno degli sgherri prendendone una, e scaricandola sotto al camino. - Gesú Maria! - gridò una voce umana e rauca, cioè quella stessa che avevamo udita alla prima apparizione, e nello stesso momento vedemmo cadere un corpo insanguinato dalla cappa del camino. - Né ancora sei ito in pace, povero spirito? - gridò l'Inglese mentre che noi altri ci ritiravamo spaventati. - Vanne alla tua tomba. Tu sei comparso ciò che non eri: ora sarai ciò che tu sembrasti. - Gesú Maria! io sono ferito - replicò l'uomo del camino. La palla gli avea spezzata la gamba destra. Si procurò di tosto fasciargli la ferita. - Ma chi sei tu dunque, e qual Demone maligno t'ha qui condotto? - Sono un povero zoccolante - rispose il ferito. - Un signore forestiero mi ha offerto uno zecchino affinché io qui... recitassi qualche formola! - E perché non sei tu partito immediatamente dopo? - Egli doveva darmi un segno quando io avrei dovuto continuar a parlare; ma questo segno mancò, e quando volli discendere trovai che la scala era stata levata via. - E cosa esprimeva la formola di cui ti avea istruito? Mentre attendevasi la risposta di quest'uomo, gli sopravvenne un deliquio, per cui non si poté piú cavargli una parola. Considerandolo piú da vicino, lo riconobbimo per quello stesso, che la sera precedente si era affacciato al Principe ed avealo apostrofato sí solennemente. Frattanto il Principe erasi rivolto al capo degli sgherri. - Voi ci avete - gli diss'egli, mettendogli in mano alcune monete d'oro - voi ci avete salvati dai lacci d'un impostore, e ci avete resa giustizia anche senza conoscerci. Volete voi obbligarci compiutamente scoprendoci chi fosse l'incognito, cui bastarono due sole parole per farci mettere in libertà? - Di chi intende ella parlare? - disse il bargello con una cera che apertamente indicava l'inutilità di tale domanda. - Intendo parlare di quel signore vestito in uniforme russa, che poc'anzi vi ha tirato in disparte, vi ha mostrato non so che in iscritto, e vi ha detto alcune parole all'orecchio; dopo di che voi ci avete tosto rimessi in libertà. - Non conosce ella dunque quel signore?- domandò ancora il bargello. - Non era egli nella di lei compagnia? - No - disse il Principe - e per ragioni di molta importanza bramerei di conoscerlo piú minutamente. - Piú minutamente - rispose il bargello - non lo conosco neppur io stesso. Mi è ignoto persino il suo nome, l'ho veduto oggi per la prima volta dacché sono al mondo. - Come? E in cosí breve tempo, con due parole, ha avuto tanto potere sopra di voi da farvi dichiarare che lui e noi tutti eravamo innocenti? - Assolutamente con una sola parola. - E questi chi era? Confesso che lo saprei volentieri assai. - Quell'incognito, Altezza - riprese il bargello librando nella mano le monete d'oro - ella è stato troppo generoso con me per potergliene fare piú lungo tempo un mistero... quell'incognito era... un ufficiale dell'Inquisizione di Stato. - Dell'Inquisizione di Stato quegli! - Non altro, Altezza, e di ciò mi convinse la carta che mi mostrò. - Quell'individuo dite voi? Ciò non è possibile. - Le dirò anche di piú, Altezza; egli è stato quello appunto per la cui denunzia io fui qui mandato a catturare lo scongiuratore degli spiriti. Noi ci guardammo l'un l'altro con sempre maggiore sorpresa. - Noi potremmo da ciò arguire - disse alfine l'Inglese - per qual motivo il povero diavolo dello scongiuratore si rannicchiò cosí spaventato, allorché colui gli fissò gli occhi in viso. Egli lo riconobbe per una spia, e perciò alzò quel grido, e gli si prostrò a' piedi. - Non può essere - gridò il Principe - quest'uomo è tutto quello che vuol essere, e tutto quello che il momento esige ch'egli sia. Niuno può sapere cosa realmente egli è. Non avete voi osservato il Siciliano perdere affatto la tramontana allorché gli disse all'orecchio quelle parole: "Tu non evocherai piú alcuno spirito!". Qui v'è sotto ben altra cosa. Niuno potrà persuadermi che per qualche cosa di umano si abbia a concepire tanto terrore. - Sopra di ciò il Mago stesso ci potrà meglio d'ogni altro chiarire - disse il Lord - se questo signore - rivolgendosi al bargello - ci vuol procurare un'occasione di parlare al suo detenuto. Il bargello ce lo promise, e noi facemmo coll'Inglese l'accordo che andremmo a fargli visita all'indomani. Quindi ce ne ritornammo a Venezia. Al primo spuntar del giorno Lord Seymour (cosí chiamavasi l'Inglese) fu da noi, e tosto dopo comparve una persona fidata, speditaci dal bargello per esserci guida alle carceri. Ho dimenticato di raccontare, che il Principe già da alcuni giorni avea smarrito uno de' suoi cacciatori, nativo di Brema, che avealo servito alcuni anni fedelmente, ed avea goduto l'intera sua confidenza. Niuno sapeva se fosse mal capitato o stato condotto via per forza, oppure fuggito. Per l'ultima cosa non eravi fondamento probabile di sospettare, essendo egli stato mai sempre uomo tranquillo, di costumi regolari, e d'una condotta irreprensibile. Tutto quello di cui poteano avvisarsi i suoi compagni si era che negli ultimi giorni lo aveano osservato assai melanconico, e che, se coglier potea un solo momento di libertà, correa a visitare un certo convento di frati minori alla Giudecca, dove egli conversava sovente con alcuni di quei religiosi. Questo c'indusse a sospettare che esso potesse esser caduto nelle loro mani, e che si fosse convertito alla religione cattolica; e siccome il Principe in allora mostravasi molto indifferente sopra questo articolo, perciò dopo alcune infruttuose ricerche lasciò di pescare piú a fondo. Non lasciava però d'essergli grave la perdita di quest'uomo, che avealo accompagnato nelle sue campagne, che gli era sempre stato fedelmente attaccato, e che non potevasi rimpiazzare cosí di leggieri massimamente in paese estero. Quel giorno adunque, mentre eravamo in procinto di uscir di casa, il banchiere del Principe, cui era stata data la commissione di procurargli un nuovo domestico, si fece annunziare. Questi presentò al Principe un uomo di mezz'età, di bella statura e ben in arnese, il quale era stato lungo tempo al servigio d'un procuratore in qualità di segretario, che parlava bene il francese ed anche un poco il tedesco ed era inoltre munito d'ottimi attestati. La sua fisionomia piacque, e d'altra parte avendo dichiarato che il suo stipendio dipenderebbe dalla soddisfazione del Principe nell'adempimento de' suoi doveri, lo ammise tosto al servigio. Noi trovammo il Siciliano in una carcere privata, dove, per compiacere al Principe, come si espresse il Ministro di giustizia, era stato interinalmente tradotto prima di esser posto sotto ai piombi, ove non v'era piú accesso per chicchessia. Questi Piombi sono la carcere piú terribile di Venezia, sotto al tetto del palazzo di S. Marco, dove gl'infelici delinquenti, dall'ardente calor del sole che si concentra nella superficie di piombo, sono sovente ridotti allo stato di frenesia. Il Siciliano erasi riavuto dalla catastrofe del giorno precedente, e si alzò rispettoso subito che vide comparire il Principe. Egli avea incatenata una gamba ed una mano, ma era libero per la carcere. Al nostro ingresso la guardia si allontanò dalla porta. - Io vengo - disse il Principe dopo che ci fummo seduti - a chiedervi schiarimento sopra due punti. Dell'uno voi me ne siete debitore, e non tornerà in vostro danno se mi appagherete rapporto all'altro. - Io ho già rappresentata la mia parte - rispose il Siciliano. - Il mio destino sta nelle di lei mani. - La vostra sincerità sola - rispose il Principe - potrà renderlo piú mite. - M'interroghi pure, Altezza: io sono pronto a rispondere, poiché non ho piú nulla a perdere. - Voi mi avete mostrata la faccia dell'Armeno nel vostro specchio. Con qual mezzo avete voi ciò eseguito? - Non era uno specchio quel ch'ella vide. Era una figura a pastello sotto un vetro rappresentante un uomo vestito all'armena che le ha fatto illusione. La mia prestezza, l'oscurità, la di lei sorpresa hanno favorito l'inganno. Quel ritratto si troverà fra le altre cose state sequestrate nell'albergo. - Ma come potevate voi penetrar sí bene i miei pensieri, ed immaginarvi appunto l'Armeno? - Ciò non era difficile, Altezza. Senza dubbio essendo ella a tavola ha parlato piú volte in presenza de' suoi domestici di quanto erale occorso con quest'Armeno. Uno de' miei aderenti ha fatto conoscenza alla Giudecca con un cacciatore che era al di lei servigio, dal quale poco a poco ha saputo cavare quanto io avea bisogno di sapere. - Dov'è questo cacciatore? - dimandò il Principe. - Io l'ho smarrito, e sicuramente voi siete al fatto della sua evasione. - Le giuro, Altezza, che non ne so la minima cosa. Io stesso non l'ho neppure mai veduto, ed altro scopo non ebbi sopra di lui che quanto le ho esposto. - Andate pure avanti - disse il Principe. - Per questo canale ottenni pure la prima notizia del di lei soggiorno ed avventure in Venezia, e tosto pensai ad approfittarne. Ella vede, Altezza, ch'io son sincero. Ebbi contezza della gita sulla Brenta ch'ella meditava di fare. Io mi vi preparai, ed una chiave che per accidente le cadde, mi diede la prima occasione di far prova dell'arte mia con Vostra Altezza. - Come? Mi sarei io ingannato anche in questo? L'avventura della chiave è ella stata opera vostra, e non dell'Armeno? Voi dite che la chiave mi è caduta? - Mentre ella cavava fuori la borsa, io colsi il momento che nessuno mi osservava, e tosto la copersi col piede. La persona, presso di cui ella prese il biglietto di Lotteria, era meco d'intelligenza. Le fu fatto estrarre da un vaso, dove non v'erano altre polizze diverse, e la chiave era già posta nella tabacchiera prima che da ella fosse presa. - Ora comprendo. E il zoccolante che mi si affacciò per istrada e mi parlò con tuono sí enfatico? - Era quello stesso che, a quel che sento, fu tratto fuori dal camino ferito. Egli è uno de' miei camerati che cosí travestito mi ha già resi altri buoni servigi. - Ma per qual fine avete voi ciò disposto? - Per darle da pensare... per preparare in lei una disposizione d'animo tale che render la dovesse suscettibile di quelle impressioni stravaganti e prodigiose che per lei erano state da me immaginate. - Ma la danza pantomimica che si terminò d'una maniera tanto singolare quanto sorprendente... almeno quella non è stata di vostra invenzione? - La ragazza che rappresentava la Regina, era stata da me ammaestrata, e tutta la sua pantomima fu opera mia. Io pensai che Vostra Altezza resterebbe non poco sorpresa di vedersi conosciuta in quel luogo, e, Vostra Altezza mi perdoni, l'avventura dell'Armeno mi fece sperare ch'ella sarebbe di già inclinata a disprezzare le naturali interpretazioni, ed a rintracciare origini piú recondite di ciò che le accadeva di straordinario. - In fatti - esclamò il Principe con una cera di sdegno e di stupore, dando un'occhiata significante a me in particolare - in fatti - esclamò egli - ciò non me lo sarei aspettato. - Ma - continuò egli poi dopo un'assai lunga pausa - come avete voi prodotta l'immagine che apparve sulla parete del camino? - Per mezzo d'una lanterna magica ch'era stata appostata all'imposta della finestra dirimpetto dov'ella avrà pur anche osservata l'apertura ivi praticata a tale oggetto. - Ma come mai alcuno di noi non si è di ciò avveduto? - disse Lord Seymour. - Ella si rammenterà, Eccellenza, che un denso fumo ottenebrava tutta la sala, quando essi vi ritornarono. Io ebbi altresí la precauzione di far appoggiare i mattoni levati dal pavimento ed il telaro di finestra colà dove la lanterna magica era stata introdotta; con ciò io impedii che non desse loro nell'occhio l'imposta della finestra di cui si è parlato. Del resto la lanterna magica rimase pure coperta da un picciolo sipario, sinché tutti ebbero preso posto, e che piú non v'era da temersi ulterior esame da loro in quella camera. - Mi parve - io interruppi a questo passo - di udir appoggiare una scala in vicinanza di quella sala, allorché guardai dalla finestra dell'altro appartamento. Era la cosa veramente cosí? - Appunto. Era quella stessa scala su cui il mio camerata si aggrappò sino alla nota finestra per dirigervi la lanterna magica. - La figura - ripigliò il Principe - sembrava realmente avere qualche lieve rassomiglianza col mio defunto amico; e principalmente ne' capelli ch'erano assai biondi. Fu questo un mero azzardo o da dove l'avete voi ricavato? - Vostra Altezza si rammenterà d'aver lasciato sulla tavola al di lei posto una tabacchiera, su cui v'era il ritratto a miniatura in ismalto d'un ufficiale in uniforme ***. Io le dimandai, se non portava seco qualche memoria di quell'amico. Al che ella mi rispose affermativamente: da ciò argomentai che potesse essere il di lui ritratto quello che vedevasi sulla scatola. Io lo avea benissimo osservato in quel frattempo per ritenerne la fisionomia, ed essendo io molto esercitato nel disegno, ed anche non mediocre fisionomista, non mi fu difficile di dare alla figura quella lieve rassomiglianza da lei ravvisata; e ciò tanto piú che le fattezze del Marchese sono assai marcate ed originali. - Ma la figura sembrava pur anche muoversi. - Cosí sembrava a dir vero; non era però la figura, ma il fumo della luce veniva illuminato. - E l'uomo che stramazzò dalla gola del camino era dunque quello che rispondeva per l'apparizione? - Quello appunto. - Ma egli non poteva intender bene le dimande? - Egli non ne avea neppur bisogno. Ella si ricorderà, Altezza, che io avea proibito rigorosamente ad essi tutti di fare la benché minima dimanda allo spettro. Eran quindi tra noi concertate le dimande e le risposte; ed affinché non seguisse alcuno sbaglio io gli avea ordinato di fare lunghe pause fra una risposta e l'altra ch'egli dovea regolare colle oscillazioni d'un oriuolo. - Voi avete dato l'ordine all'oste di far estinguere diligentemente con acqua tutti i fuochi ch'erano accesi in quella casa, ciò è seguíto senza dubbio... - Per garantire colui ch'era su pel camino dal pericolo di rimaner soffocato, perché tutti que' camini hanno comunicazione fra loro, ed io non mi stimava affatto sicuro delle persone del di lei seguito. - D'onde avvenne - interrogò Lord Seymour - che il vostro spettro non si trovò né piú presto né piú tardi al posto di quello che vi abbisognava? - Il mio spettro era già da lunga pezza nella camera, prima ch'io lo citassi a comparire; ma sintanto che lo spirito ardeva, non si poteva scorgere quella debole apparizione. Terminata la formula del mio scongiuro io feci chiudere col tocco d'una molla il recipiente ove ardeva lo spirito; la sala divenne oscura, ed allora soltanto si scorse la figura sulla parete del camino che già da lungo tempo vi riflettea dalla lanterna. - Ma nel momento stesso che apparve lo spettro noi tutti sentimmo una scossa elettrica. Come avete voi ciò operato? - Ella ha scoperta la macchina ch'era sotto l'altare. Ella ha pur veduto ch'io posava i miei piedi sopra un tappeto di seta. Io li feci schierare a me d'intorno in semicircolo, e prendersi l'un l'altro per mano; quando venne il momento opportuno accennai ad uno di loro di afferrarmi pei capelli. Il Crocefisso era il conduttore elettrico, ed eglino sentirono la scossa quando io lo toccai colla mano. - Voi avete comandato al Conte di 0*** ed a me - disse Lord Seymour - di tener due spade nude incrocicchiate sopra del vostro capo sintanto che durava lo scongiuro. Perché mai questo? - Per null'altro che per tenerli sinché durava questa funzione, occupati l'uno e l'altro, de' quali io mi fidava meno che di tutti gli altri. Ella si ricorderà ch'io prescrissi loro espressamente di tener le spade sospese all'altezza d'un pollice; affinché facendo essi continuamente attenzione a serbare tale distanza, fossero impediti di portare i loro sguardi dove io non li avrei di buon grado sofferti. Io non mi era per anco avveduto qual fosse il mio peggior nemico. - Non posso negare - disse Lord Seymour - che ciò si chiama operar con cautela; ma perché abbiamo noi dovuto spogliarci? - Puramente per dare alla funzione un'aria piú imponente e per vie piú scuotere la loro fantasia con una cosa straordinaria. - La seconda apparizione non fece parlare il vostro spettro - disse il Principe -. Cosa avremmo noi propriamente risaputo dal medesimo? - All'incirca quello che hanno di poi inteso. Non senza disegno io interrogai Vostra Altezza s'ella detto mi avea tutto quello che il moribondo le avea confidato; e s'ella non avea fatto ulteriori indagini rapporto al medesimo nella sua patria; io giudicai necessario ciò per non essere in collisione coi fatti che contraddir potessero alle deposizioni del mio fantasma. "Io domandai, se rapporto a certi giovanili trascorsi, fosse il defunto stato irreprensibile in sua vita; e sulla risposta io fondai poscia la mia invenzione." - Sopra tutto questo affare - ripigliò il Principe, dopo qualche intervallo di silenzio - voi mi avete data soddisfacente evasione. Ma mi rimane ancora una circostanza principale sopra la quale io chiedo lume da voi. - Se ciò sarà in mio potere, e... - Non voglio condizioni. La giustizia, nelle cui forze voi siete, non sarà sí discreta nelle sue dimande. Chi era quell'incognito dinanzi al quale vi vedemmo prostrarvi? Cosa sapete di lui? D'onde è egli a voi noto? E sotto quale aspetto dobbiamo noi ravvisare questa seconda apparizione? - Clementissimo Principe... - Allorché voi lo guardaste in volto piú da vicino alzaste un acuto grido, e vi prostraste a terra. Perché ciò? Che significava questo? - Quell'incognito, clementissimo Principe... Ei si tacque, divenne visibilmente piú inquieto, e ci guardò tutti l'uno dopo l'altro con torbido sguardo e turbato. - Sí per Dio, clementissimo Principe, quell'incognito è un essere terribile. - Che ne sapete di lui? Qual relazione ha egli con voi? Non isperate di nasconderci la verità. - Io me ne guarderò bene... poiché chi mi può garantire che in questo istante non si trovi egli qui tra noi? - Dove? Chi? - gridammo noi tutti insieme, e ci guardammo l'un l'altro d'intorno per la camera fra il riso e la sorpresa. - Questo non è possibile. - Oh! a quest'uomo, o a chi ch'egli esser possa, sono possibili delle cose assai piú incomprensibili. - Ma chi è egli dunque mai? D'onde trae la sua origine? È egli Armeno, o Russo? Cosa si dee credere di quello ch'egli si spaccia di essere? - Nulla di tutto ciò ch'egli pare. Vi sono pochi stati, caratteri e nazioni di cui egli non abbia già portata la maschera. Chi egli sia? Dond'egli venga? Dove egli vada? Nessuno lo sa. Ch'egli sia stato lungo tempo in Egitto, siccome molti sostengono, e ch'egli abbia tratto il suo sapere arcano da una di quelle piramidi non lo affermo, né lo niego. Tra noi egli è conosciuto soltanto sotto il nome d'Imperscrutabile. Di quale età, per esempio, lo giudican essi? - Se si giudica dall'apparenza esteriore, egli può avere appena quarant'anni. - E quanti anni credon ch'io abbia? - Non piú di cinquanta. - Benissimo. E s'io loro dicessi ch'ero un ragazzotto di diciassette anni quando il mio avo mi raccontò di quest'uomo prodigioso ch'egli lo avea veduto di circa la stessa età, ch'ei dimostra al presente, in Famagosta? - Questo è incredibile, esagerato, ridicolo. - Per niente affatto. S'io trattenuto non fossi da questi ferri vorrei loro presentare de' mallevadori, la cui autorevole asserzione non lascerebbe loro piú il menomo dubbio. Vi sono persone degne di fede, le quali si ricordano di averlo veduto in diverse parti del mondo all'epoca medesima. Egli è invulnerabile anche dalla piú acuta spada, niun veleno può nuocergli, niun fuoco lo abbrucia, niuna nave ov'egli sia affonda. Il tempo istesso sembra aver perduto contro di lui la sua forza; gli anni non consumano i suoi sughi vitali, e l'età non incanutisce i suoi capegli. Non v'è alcuno che veduto lo abbia prender cibo: egli non ha mai toccato donna, il sonno non aggrava mai le sue pupille; di tutte le ore del giorno si sa di una sola della quale non è padrone, nella quale nessuno mai lo vide, ed in cui non si è mai occupato di cose terrene. - Davvero? - disse il Principe. - E qual'è quest'ora? - La duodecima della notte. Subito che l'orologio ha battute le dodici egli piú non appartiene ai viventi. Ovunque egli si trovi, deve partire; di qualunque affare egli si occupi deve interromperlo. Questo terribil suono lo svelle dalle braccia dell'amicizia, lo strappa persino dall'altare, e lo richiamerebbe sto per dire dall'agonia. Nessuno sa dov'egli si vada, né cosa egli si faccia. Nessuno s'arrischia ad interrogarlo, e molto meno a seguirlo; poiché le sue fattezze di volto stravolgonsi repentinamente al battere di quella terribil'ora in un'aria sí tetra ed orrenda che ognun perde il coraggio di guardarlo in volto, o di parlargli. Un profondo e mortal silenzio tronca allora di repente il piú vivo colloquio, e tutti coloro che gli stanno d'intorno attendono con rispettoso tremore il suo ritorno, senza neppure azzardare di muoversi dal loro posto, o di aprire la porta per dove è passato! - Ma - domandò uno di noi - non osservasi niente di straordinario in lui al suo ritorno? - Null'altro, se non che egli è pallido, e spossato di forze ad un di presso come un uomo che sofferta avesse qualche dolorosa operazione, o udita qualche infausta notizia. Alcuni pretendono aver osservate alcune stille di sangue sulla sua camicia; ma di questo io non mi rendo mallevadore. - E non si è almeno tentato di celargli quest'ora, oppure di avvolgerlo talmente in distrazioni ch'egli dovesse non farvi attenzione? - Una sola fiata, vien detto, aver egli trapassato il termine. La conversazione era numerosa; si ritardò sino a notte avanzata; tutti gli orologi erano stati a bella posta alterati, e lo interesse che egli prendeva nel discorso lo trasportava. Giunta l'ora fissa egli ammutolí di repente, e divenne immobile; tutte le sue membra s'irrigidirono in quella stessa positura ove questo accidente le avea colte; i suoi occhi divennero come di cristallo, le sue arterie non davan piú pulsazioni; tutti i mezzi che furon impiegati per riscuoterlo, erano infruttuosi; e questo stato durò in lui sinché l'ora fu passata. Allora si ravvisò egli di subito da se medesimo, mosse le pupille, e continuò il discorso con quella stessa sillaba nella quale era stato interrotto. La sorpresa e lo stupore di tutti gli astanti lo fecero avvedere di ciò ch'era seguíto, ed allora dichiarò con una terribile serietà che doveano stimarsi fortunati d'aver passata la cosa con la sola paura. Ma la città, ove ciò gli era occorso, fu da lui abbandonata per sempre ed in quella stessa notte. La comune opinione si è che in quell'ora misteriosa egli abbia colloquio col suo Genio. Alcuni vanno persino a pensare ch'egli sia un defunto, cui venga permesso di soggiornar tra' viventi per ventitré ore del giorno; ma che nella vigesimaquarta la sua anima debba recarsi all'altro mondo per ivi subire il suo giudizio. Molti lo tengono anche pel famoso Apollonio Tianeo, ed altri persino lo credono Giovanni il Minore, di cui vien detto che debba rimanere sino al giorno del giudizio universale. - Sopra un uomo cotanto straordinario - disse il Principe - non si mancherà certamente di concepire le piú strane immaginazioni. Tutto quel che detto avete sinora voi non lo sapete che per tradizione orale; e pure il suo contegno riguardo a voi, ed il vostro riguardo a lui sembrarommi indicare una piú stretta conoscenza. Non vi sarebbe già qui sotto qualche particolare avventura, nella quale voi stesso abbiate avuto parte? Non ci nascondete nulla. Il Siciliano ci diede un'occhiata dubbiosa, e si tacque. - Se ciò concerne una cosa - continuò il Principe - che voi non vogliate divulgare, io v'assicuro anche a nome di questi due signori, del piú inviolabile silenzio. Ma usate con noi sincerità e schiettezza. - Se io posso sperare - continuò quell'uomo dopo un lungo silenzio - ch'essi non vorranno mai servirsi in mio danno di quanto sono per confidar loro, farò il racconto di una curiosa avventura di quest'Armeno, della quale io fui testimonio di vista, e che non lascerà piú loro alcun dubbio dell'occulto potere ond'è dotato quest'uomo; ma mi si deve permettere - soggiuns'egli - di tacere alcuni nomi. - Non si può fare il racconto senza questa condizione? - No, Altezza. Vi entra una famiglia che io ho de' motivi di rispettare. - Via, fateci questo racconto come vi piace - disse il Principe. - Saranno ormai cinque anni - incominciò il Siciliano - che trovandomi a Napoli dove praticavo l'arte mia con assai prospero successo, feci conoscenza con un certo Lorenzo del M**nte, cavaliere dell'ordine di Santo Stefano, giovane e ricco signore d'una delle piú ragguardevoli e cospicue case di quel regno, che mi colmava di graziosità e che mostrava far gran caso de' miei segreti. Egli mi scoperse che il Marchese del M**nte suo padre era zelantissimo settatore della Cabala, e che si stimerebbe fortunato di aver un filosofo (cosí si compiaceva egli di chiamarmi) com'io nel recinto di sua magione. Quel vecchio signore faceva soggiorno in uno de' suoi poderi situato lungo il mare, circa sette miglia distante da Napoli, dove egli, segregato quasi da tutti i viventi, piangeva la memoria di un suo amato figlio, statogli rapito da fiero e inesorabil destino. Il Cavaliere mi lasciò intendere che egli, e la sua famiglia, in un affare molto serio, potrebbero qualche volta aver bisogno di me, onde ottenere dalla mia scienza arcana forse uno schiarimento sopra qualche cosa ove si erano indarno esauriti tutti i mezzi naturali; ch'egli in particolare (soggiunse con aria molto significante) avrebbe forse motivo di riguardarmi qualche giorno come l'autore del suo riposo, e di tutta la sua terrena felicità. Io non m'arrischiai di scandagliar piú a fondo il di lui animo, e per allora si rimase a questa dichiarazione. La cosa però era ne' termini seguenti. "Questo Lorenzo era il secondogenito del Marchese, ed appunto per questo era stato destinato allo stato ecclesiastico; i beni della famiglia toccar doveano al primogenito. Girolamo, che tale era il suo nome, avea consumati diversi anni in viaggi; ed erasi ripatriato circa sette anni prima dell'avvenimento ch'io sono per raccontare, onde contrarre matrimonio coll'unica figlia di un certo Conte di C***tti suo vicino, matrimonio già stipulato da amendue le famiglie sin dalla nascita di questi figli, onde unire in una sola sostanza i loro beni considerabili. Sebbene quest'alleanza fosse un puro effetto dell'interesse de' genitori, senza aver consultato i cuori dei due futuri sposi in questa unione, l'aveano questi però già tacitamente giustificata. Girolamo del M**nte ed Antonia C***tti erano stati allevati insieme, ed il conversare poco riservato dei due fanciulli che già solevansi riguardare come una coppia futura, avea per tempo fatto nascere tra loro un tenero affetto ancor piú avvalorato dalla uniformità dei loro caratteri, e che in età meno acerba cangiossi naturalmente in amore. Una lontananza di quattro anni lo avea piuttosto infiammato che estinto e Girolamo ritornò colla stessa fedeltà ed ardore fra le braccia della sua sposa, come se mai non se ne fosse allontanato. "I trasporti di giubilo per questo ritorno duravano tuttora, ed i preparativi per la celebrazione delle nozze si proseguivano col piú grande impegno, allorquando lo sposo... sparí. Egli era solito passar sovente le intere serate ad una casa di campagna che guardava sul mare, ed andava a diporto talvolta sull'acque in piccola nave. In una di tali sere si aspettò in vano e per lungo tempo il suo ritorno. Furono spediti dei battelli a rintracciarlo, de' navigli pur anco ne fecero ricerca in alto mare: nessuno veduto lo avea. Nessuno de' suoi servi mancava, perché alcuno di essi non avealo accompagnato. Arrivò la notte e non comparve. Venne la mattina susseguente, il mezzogiorno, la sera, né mai si vide Girolamo. Già si cominciava a dar luogo alle piú terribili congetture, allorquando giunse la notizia che un corsaro d'Algeri aveva il giorno precedente approdato a quella spiaggia, e che diversi di quegli abitanti erano stati da lui rapiti. Furon tosto armate due galere che stavano pronte a far vela: il vecchio Marchese montò sulla prima, risoluto di liberar suo figlio a costo della propria vita. Il terzo giorno scorgono il corsaro, sul quale hanno il vantaggio di un vento favorevole: bentosto lo raggiungono, e gli si accostano a segno che Lorenzo, il quale trovavasi sulla prima galera, crede di riconoscere il segnale di suo fratello sulla coperta del legno nemico, allorché di repente una burrasca li separa. Con difficoltà la sostengono i danneggiati legni; ma la preda si dilegua, e la necessità li costringe ad entrare in porto a Malta. Il dolore della famiglia è inesprimibile; lo sconsolato genitore, in preda alla sua disperazione, si svelle il canuto crine, e la giovane Contessa fa temere di sua vita per l'amarissima afflizione ond'è oppressa. "Cinque anni si passano in ricerche infruttuose. Si fanno delle indagini sopra tutte le coste di Barberia, si offrono somme immense per la liberazione del giovane Marchese; ma nessuno si presenta per meritarle. Al fine si fece la verisimile congettura che quella burrasca, la quale avea separati i due legni, avesse cacciato a fondo il corsaro e che tutto il suo equipaggio fosse perito fra l'onde. "Comunque verisimile sembrar potesse tal congettura, molto però le mancava per arrivare alla certezza, e nulla giustificava il rinunziare ad ogni speranza che lo smarrito personaggio non potesse di nuovo ricomparire. Ma nel supposto del contrario, si estingueva con lui anche la famiglia, ove il secondogenito non rinunciasse allo stato ecclesiastico, e non subentrasse ne' diritti del primogenito. Per quanto azzardato fosse un tal passo, e comunque ingiusta cosa fosse in se stessa di eliminare questo fratello, forse ancora vivente, dal possesso de' suoi naturali diritti, si credette per una sí lontana possibilità di non dover mettere a repentaglio il destino di un'antica illustre prosapia, la quale cessato avrebbe di esistere senza una tale disposizione. Gli anni e gli affanni spingevano il vecchio Marchese alla tomba; ogni nuovo tentativo che andava a vôto aumentava la sua disperazione; egli vedeva prossimo l'annientamento della sua casa, che pur sarebbesi potuto evitare con una lieve ingiustizia, cioè col risolversi a favorire il secondogenito in pregiudizio del primo. Per adempiere a' suoi obblighi colla casa del Conte di C***tti bastava il solo cangiamento d'un nome. Lo scopo d'amendue le famiglie ottenevasi per egual modo, e la Contessa Antonia poteva divenir la consorte di Lorenzo, siccome era stata destinata ad esserla di Girolamo. La quasi svanita possibilità del ricomparir di quest'ultimo equilibrar non poteva il certo e pressante male della total estinzione della famiglia; ed il vecchio Marchese, che di giorno in giorno vedeasi la morte piú da vicino, bramava con impazienza di morir libero almeno da tale inquietudine. "Chi solo ritardava questo passo e che piú ostinatamente vi si opponeva era quegli che piú vi avea a guadagnare, cioè Lorenzo. Insensibile alle attrattive d'immensi beni, e neppure allettato dal futuro possesso della piú amabile fra le creature che venir dovea fra le sue braccia, ricusava egli con la piú generosa delicatezza di pregiudicare ad un fratello che forse tuttor vivea, e che pretender potrebbe le sue proprietà. "Non è egli abbastanza crudele il destino del mio caro Girolamo per una sí lunga schiavitú, senza ch'io abbia ad inasprirlo vie piú con un furto che lo priverebbe di ciò ch'egli avea di piú caro al mondo? Con qual cuore implorerei io dal cielo il suo ritorno, se la sua donna fosse tra le mie braccia? Finalmente se per un prodigio, ch'io non dispero, egli ritornasse fra noi, con qual fronte potrei io correre ad incontrarlo? E supposto ch'egli ci sia per sempre rapito, con quale altro mezzo possiamo noi meglio onorare la sua memoria che col lasciare per sempre sussistere quel vacuo che la sua morte ha lasciato fra noi? come, se noi sagrificassimo tutte le speranze sulla sua tomba, e se quanto era suo, non altrimenti che come cosa sacra, inviolato si lasci?" "Ma tutti gli argomenti ritrovati dalla dilicatezza fraterna non erano sufficienti a riconciliare il vecchio Marchese coll'idea di vedersi estinguere un lignaggio che per tanti secoli fiorito avea. Tutto ciò che Lorenzo poté da lui ottenere fu una dilazione di due anni ancora, prima di condur la sposa di suo fratello all'altare. Durante questo intervallo si continuarono le indagini con sommo impegno. Lorenzo stesso fece diversi viaggi di mare, espose la propria persona a diversi perigli, non si perdonò né a spese, né a fatiche per iscoprire lo smarrito Girolamo. Ma anche questi due anni passarono infruttuosamente come i precedenti." - E la Contessa Antonia - dimandò il Principe. - Non ci dite voi nulla della sua situazione? Avrà ella ceduto con piena indifferenza al suo destino? Io non posso crederlo. - La situazione di Antonia era il piú terribile contrasto tra il dovere e la passione, tra la ripugnanza e l'ammirazione. La disinteressata generosità dell'amor fraterno la commoveva; ella sentivasi forzata a rispettar quell'uomo che ella non avea mai potuto amare; il di lei cuore, lacerato da contrari affetti, era nella desolazione. Ma il di lei contraggenio al Cavaliere sembrava crescere in egual grado de' suoi diritti alla di lei stima. Con vivo rincrescimento osservava egli la tacita passione che struggeva la di lei giovinezza. Una tenera compassione s'insinuò insensibilmente in luogo dell'indifferenza colla quale l'avea egli sin allora riguardata; ma questo ingannevole affetto lo sedusse, ed una furiosa passione incominciò a rendergli piú difficile la pratica d'una virtú che sino allora avea in lui trionfato d'ogni tentazione opposta. Ma anche ad onta del proprio cuore continuava ad ascoltare i suggerimenti del suo nobil animo: egli solo era il protettore della vittima infelice contro il dispotismo della famiglia; ma tutti i suoi sforzi furono vani; ogni vittoria ch'egli riportava sopra la sua passione, lo dimostrava sempre piú degno di lei, e la generosità con cui la ricusava serviva soltanto a rendere inescusabile ogni di lei opposizione. "Tale si era lo stato delle cose, allorquando il Cavaliere m'indusse a fargli una visita alla sua casa di campagna. La calda raccomandazione del mio mecenate procurommi colà un'accoglienza superiore a quanto avrei potuto desiderare. Io non deggio qui omettere di osservare a tale proposito che, mediante alcune rimarcabili operazioni, erami riuscito di render tra quelle logge massoniche famoso il mio nome, lo che per avventura contribuito avea ad aumentare la confidenza in me del vecchio Marchese, ed a render maggiore la sua aspettativa a mio riguardo. Mi dispensino le signorie loro di raccontare sino a quali estremi io giungessi seco lui, e di quali mezzi io mi servissi a tale uopo; dalle confessioni che ho loro di già fatte, potranno di leggieri argomentare tutto il rimanente. Siccome io mi metteva a profitto tutti i libri mistici che ritrovavansi nella copiosissima libreria del Marchese, mi riuscí ben tosto di parlar seco lui nella sua propria lingua e di mettere all'unisono il mio sistema del mondo invisibile colle sue proprie opinioni. In corto dire, egli credea tutto ciò ch'io volea, ed avrebbe con egual franchezza giurato sugli accoppiamenti dei filosofi colle salamandre e co' silfi, come sopra un articolo del canone. Siccome egli era d'altronde assai religioso, ed avea ridotto in questa scuola il suo talento di credulità ad un alto grado di perfezione, perciò trovavano le mie cantafavole presso di lui tanto piú grato accoglimento, ed alfine io lo avea talmente imbrogliato ed avviluppato nella misticità, che nulla avea piú credito presso di lui, se non era soprannaturale; in una parola, io era divenuto l'apostolo venerato della casa. Il solito argomento delle mie prelezioni era l'esaltazione dell'umana natura ed il commercio cogli esseri superiori, ed il mio mallevadore era l'infallibil Conte de Gabalis. La giovine Contessina, che, dopo la perdita del suo amato bene, vivea di già piú nel mondo degli spiriti che nel mondo fisico, e dagli entusiastici voli della sua fantasia era tratta per l'interesse della propria passione ad oggetti di simile specie, accolse i miei cenni, a lei gettati di passaggio, con tremante avidità, anzi persino i domestici della casa cercavano d'aver qualche cosa da fare nella camera quando io parlava per cogliere qua e là qualcuna delle mie parole, e questi squarci se gli andavano poi ripetendo l'uno all'altro a modo loro. "Io avea passato circa due mesi a questo modo in quella nobile magione, allorquando una mattina il Cavaliere entrò nella mia camera. Una profonda afflizione era dipinta sul di lui volto: tutte le sue fattezze erano stravolte: egli si gettò sopra una sedia con tutti i sintomi della disperazione. "Capitano" mi diss'egli "per me ella è finita. Io deggio andarmene. Io qui non posso piú resistere." "Che c'è, Cavaliere? Che ha ella mai?" "Ah! questa terribil passione!" qui si alzò con impeto dalla sedia, e si gettò fra le mie braccia. "Io l'ho combattuta come un uomo. Ora io non posso piú." "Ma da chi dipende dunque, mio diletto amico, se non da lei? Non sta forse il tutto in di lei potere? Padre... famiglia..." "Padre!... famiglia! Che importa a me questo? Voglio io avere una mano forzata, oppure una libera inclinazione? Non ho io un rivale? Ah! e quale? Un rivale che forse è fra i morti? Ah! lasciatemi, lasciatemi! S'io andar dovessi anche agli ultimi confini del mondo, io deggio ritrovar mio fratello." "Come dopo tanti infruttuosi tentativi può ella ancora nudrire speranza?" "Speranza! Nel mio cuore ella è già da lungo tempo estinta. Ma lo è anche in quello di lei? Che importa se io speri o no? Sono io forse felice sintanto che una scintilla di questa speranza arde tuttora nel cuor d'Antonia?... Due parole, amico, terminar potrebbero il mio martirio. Ma invano! Il mio destino rimarrà infelice sinché l'eternità non rompa il suo lungo silenzio, e le tombe non facciano per me testimonianza." "È ella dunque solo tale certezza che può renderla felice?" "Felice! Ah! io dubito se mai lo sarò ancora! Ma l'incertezza è la piú orribile di tutte le pene." Dopo alcuni momenti di silenzio egli si calmò, e proseguí poi con tuono appassionato. "Deh! s'ei vedesse i miei tormenti! Può ella renderlo felice questa fedeltà che forma la miseria del suo germano? Dovrà un vivente languire per cagione d'un morto che non può piú nulla godere? Ah! s'ei sapesse il mio tormento..." qui egli proruppe in dirottissimo pianto, e mi compresse il volto sul petto "forse... sí, forse la condurrebbe egli stesso fra le mie braccia." "Ma questo desiderio è egli forse ineseguibile?" "Amico! che dite voi mai?" E guardommi con aria spaventata. "De' motivi di ben minore importanza" continuai io "hanno interessato i trapassati nel destino de' viventi. Dovrebbe dunque tutta la terrena felicità d'un uomo... d'un fratello..." "Tutta la terrena felicità! Ah! sí pur troppo è cosí! Oh come avete colto nel vero! Tutta la mia felicità." "E la pace d'una desolata famiglia non esser motivo legittimo d'invocare il soccorso delle potenze invisibili? Certamente! Se mai affare mondano può giustificar l'assunto di turbare il riposo de' beati... di far uso d'una forza..." "Per amor del cielo, amico!" m'interruppe egli "non piú di questo, non piú. Altre volte, il confesso, ho nudrito un tal pensiero, parmi anzi d'avervene fatto motto; ma già da lungo tempo io l'ho scacciato come empio ed abbominevole." "Le signorie loro scorgono di già" continuò il Siciliano "dove ci condusse questo colloquio. Io mi sforzai di dissipare le dubbiezze del Cavaliere, e finalmente vi riuscii. Fu conchiuso di evocare lo spirito del defunto, al che io non dimandai che lo spazio di due settimane sotto il pretesto di prepararmivi degnamente. Passato questo intervallo, ed aggiustati tutti i miei ordigni a mio talento, approfittai d'una serata alquanto fredda, in cui la famiglia, giusta il costume, era d'intorno a me radunata, per carpirne l'assenso, o piuttosto per indurla essa medesima, senz'avvedersene, a farmene la preghiera. La giovane Contessina, di cui la presenza era pur tanto essenziale, fu quella che vi oppose le maggiori difficoltà, ma ci soccorse opportunamente lo slancio entusiastico della sua passione, e forse piú ancora un debole barlume di speranza che il creduto defunto vivesse ancora e non comparirebbe allo scongiuro. La diffidenza della cosa per se stessa, ed il dubbio dell'arte mia furono le sole difficoltà ch'io non ebbi a combattere. "Ottenuto l'assenso della famiglia fu stabilito il terzo giorno per dar mano all'opera. Orazioni protratte sino alla mezzanotte, digiuni, vigilie, solitudine e mistica disciplina, unite all'uso di un certo musicale strumento ancora ignoto, da me in simili casi sperimentato assai efficace, furono i preliminari di quest'atto solenne, i quali riuscirono talmente a seconda de' miei desideri che il fanatico entusiasmo de' miei ascoltatori riscaldò la mia propria fantasia ed aumentò non poco l'illusione di cui dovevo invasarmi in tale occasione. Arrivò Finalmente l'ora tanto aspettata." - Io indovino - gridò il Principe - quella persona che siete ora per tirare in iscena; ma continuate pure... continuate. - Altezza, no. Lo scongiuro riuscí a maraviglia. - Ma come? Dove resta l'Armeno? - Non si dubiti di nulla - rispose il Siciliano - l'Armeno comparirà pur troppo presto. "Io non entrerò nel dettaglio di questa farsa che d'altronde mi renderebbe troppo prolisso. Basterà il dire che soddisfece ad ogni mia aspettativa. Il vecchio Marchese, la giovine Contessina con sua madre, il Cavaliere, ed alcuni altri parenti furono presenti. Le signorie loro si figureranno di leggieri che durante il lungo soggiorno da me fatto in quella casa non mi sono mancate le occasioni di prendere le piú esatte informazioni di tutto ciò che riguardava il defunto. Diversi suoi ritratti, da me colà osservati, mi posero in istato di dare la piú identica rassomiglianza allo spettro, e siccome io non lo feci parlare che per via di cenni, rimase tolto ogni sospetto, che avrebbe potuto dare la diversità della voce. Il defunto apparve in barbaro ammanto di schiavo con profonda ferita nel collo. Le signorie loro osserveranno" disse il Siciliano "che in ciò io mi dipartii dalla comune congettura che lo presumeva estinto nell'onde, poiché io avea fondamento di sperare che appunto l'inaspettato colpo di questa catastrofe aumenterebbe non poco la credibilità della visione stessa, siccome all'opposto nulla sembravami piú pericoloso di una troppo evidente approssimazione al naturale." - lo credo che il vostro giudizio sia stato in ciò molto giusto - disse il Principe rivolgendosi a noi. - In una serie di strane apparizioni dovea, per quanto a me sembra, la piú naturale essere la meno opportuna. La facilità di concepire l'ottenuta scoperta non avrebbe qui fatto che avvilire il mezzo per cui erasi conseguita. La facilità di rinvenirla lo avrebbe anche reso sospetto, poiché a qual fine incomodare uno spirito, quando null'altro da lui saper si deve se non se quello che, senza di lui, con la scorta del solo comun senso arguir si dovea? Ma la sorprendente novità e la difficoltà della scoperta è qui quasi mallevadrice del prodigio pel quale si è ottenuta, poiché chi oserà sparger dubbi sulla natura soprannaturale d'un'operazione, se ciò che ne risulta da naturali forze esser non potea eseguito? Ma io vi ho interrotto - soggiunse il Principe. - Terminate il vostro racconto. - Io feci fare - proseguí l'altro - allo Spirito la dimanda se egli nulla piú avea, che suo chiamasse in questo mondo, e se nulla vi avea lasciato che a lui fosse caro. Lo Spirito crollò tre volte il capo, e stese una delle sue mani al cielo. Prima di partire cavossi dal dito un anello, che, dopo sparito, fu ritrovato sul pavimento. Allorché la Contessina l'ebbe attentamente esaminato, trovò ch'era il suo anello matrimoniale. - Il suo anello matrimoniale! - gridò il Principe con istupore. - Il suo anello matrimoniale! Ma come arrivaste voi a tanto? - Io... quello non era già il legittimo, Altezza, Io lo avea... non era che un anello contraffatto. - Contraffatto! - ripigliò il Principe - per contraffarlo vi abbisognava il vero, e come lo otteneste voi, giacché il defunto certamente non ve lo porse dal dito? - Quest'è vero - disse il Siciliano, non senza indizio di confusione - ma da una descrizione che mi era stata fatta del vero anello matrimoniale. - E chi ve l'avea dunque fatta? - Già da lungo tempo - disse il Siciliano. - Era un anello d'oro affatto semplice col nome della giovane Contessina, se non erro. Ma ella mi ha guasto interamente il filo della narrazione. - Via, come andò il rimanente? - disse il Principe con aria mal soddisfatta e dubbiosa. - Allora tutti mostraronsi persuasi, che Girolamo piú non vivesse. La famiglia dopo quel giorno dichiarò la sua morte al pubblico, e vestí solennemente il lutto per lui. La circostanza dell'anello piú non permise ad Antonia ulterior dubbio, e diede alle premure del Cavaliere una maggior energia. Ma la violenta impressione fatta sopra di lei da quell'apparizione la precipitò in una pericolosa malattia, che poco mancò a deludere per sempre le speranze del suo amante. Essendosi alfine ristabilita, ella formò la risoluzione di vestir l'abito religioso, dalla quale non si lasciò rimuovere che dalle forti rimostranze in contrario del suo confessore, nel quale riposto avea un'illimitata fiducia. Finalmente egli riuscí co' di lui sforzi, uniti a quelli della famiglia a strapparle dalle labbra un sí. L'ultimo giorno del lutto esser dovea il dí felice che il vecchio Marchese, con la cessione di tutti i suoi beni al legittimo erede, pensava di rendere ancor piú solenne. "Arrivò questo giorno, e Lorenzo ricevette all'altare la sua tremante sposa. Venuta la sera, un lautissimo pasto attendeva i lieti convitati nella gran sala da nozze superbamente illuminata, ed una strepitosa sinfonia vie piú destava il giubilo della festosa adunanza. Il lieto vecchio avrebbe voluto tutto il mondo a parte della sua gioia; tutti gl'ingressi del palazzo erano aperti, ed era il benvenuto chiunque andava a congratularsi seco lui. Tra questa folla di concorrenti adunque..." Il Siciliano fece qui qualche pausa, ed un ribrezzo di presentimento sospese la nostra respirazione. "Tra questa folla adunque" proseguí il medesimo "quel che mi stava seduto a lato mi fece osservare un Francescano che stavasi immobile quale colonna, di statura alta e scarna, e d'aspetto cenerognolo, e che tenea fisso uno sguardo serio e mesto sopra la coppia degli sposi. La gioia che sorridea festosa sopra tutti i volti degli astanti sembrava fuggire da questo solo; la sua cera rimaneva inalterabilmente la stessa, come quella d'un busto sovrapposta a figura vivente. La stranezza di quello sguardo, che sorprendendomi in mezzo alla gioia, e facendo un sí duro contrapposto con tutti gli oggetti che in allora mi circondavano, tanto piú profondamente sopra di me agiva, lasciommi nell'animo una sí indelebile impressione, che per essa soltanto fui posto in istato di riconoscere i lineamenti di volto di quel frate nella fisionomia del Russo (poiché le signorie loro capiranno già, ch'egli faceva una sola identica persona col loro Armeno), lo che altrimenti mi sarebbe stato assolutamente impossibile. Spesso io cercava di distogliere gli occhi miei da quell'orrida figura, ma involontariamente vi ritornavano, e sempre la trovavano inalterabile. Io urtai il mio vicino, questi un altro; la stessa sorpresa girò per tutti i commensali; un generale improvviso silenzio legò la lingua di tutti: il Frate non l'interruppe. Questo Frate stavasi immobile, e sempre lo stesso con serio e mesto sguardo sopra la coppia degli sposi. Ognuno fu attonito per questo fenomeno; la giovane Contessina sola rinveniva la sua propria afflizione sul volto di quello straniero, e con tranquilla voluttà si attaccava all'unico oggetto in tutta l'adunanza che mostrava capire il suo cordoglio, ed esserne a parte. A poco a poco si disperse l'affollato concorso, la mezzanotte era già passata, la musica cominciava ad avere un suono piú dimesso e fioco, le fiaccole oscuravansi, e molte estinguevansi, ed i discorsi riducevansi a pochi e sommessi bisbigli, la male illuminata sala andava sempre piú spopolandosi; ma il Frate, immobile e sempre lo stesso, rimanevasi con tacito e mesto sguardo fissato sopra la coppia degli sposi. "Si leva la mensa, i convitati si disperdono qua e là, la famiglia si raduna in piú stretto circolo, il Frate non invitato rimansi in questo circolo. Non so perché nessuno volesse parlar seco lui. Nessuno si attentava di discorrer seco. Di già le conoscenti ed amiche si fanno d'intorno alla timida Sposa, la quale indirizza uno sguardo supplichevole ed implorante soccorso al venerabile straniero, ma lo straniero non le corrisponde. "Gli uomini si radunano istessamente d'intorno allo Sposo. Un silenzio pieno d'aspettativa li teneva sospesi. "Che noi ci troviamo qui cosí felici insieme" disse finalmente il vecchio, che solo fra noi tutti sembrava non far attenzione allo straniero, oppure non maravigliarsi di lui; "che noi siamo cosí felici" diss'egli "e che debba mancare il mio figlio Girolamo!" "L'hai tu forse invitato per dire ch'egli abbia mancato di qui recarsi?" dimandò il Frate. Quest'era la prima fiata ch'egli apriva la bocca. Noi ci mettemmo a mirarlo con paura. "Ah! egli è ito in luogo da dove non piú si ritorna" rispose il vecchio. "Intendetemi bene, reverendo. Mio figlio Girolamo è morto." "Forse teme egli soltanto di comparire in questa compagnia" continuò il Frate. "Chi sa qual cera possa avere il tuo figlio Girolamo! Fagli sentir la voce, ch'egli sentí per l'ultima volta. Prega tuo figlio Lorenzo che lo chiami." "Che vuole significar questo? " mormorarono tutti: Lorenzo cangiò di colore. "Io confesso che i miei capelli mi si arricciarono sul capo. Il Frate erasi frattanto avvicinato alla credenza, dove avendo preso un bicchier di vino se lo pose alle labbra. "In memoria del nostro caro Girolamo!" ei gridò. "Chi amava il defunto imiti il mio esempio." "Chiunque voi siate, reverendo Padre" gridò finalmente il Marchese "voi avete nominato un caro nome. Siate il benvenuto! Animo, amici!" rivolgendosi a noi, e facendo portar in giro i bicchieri "Non ci lasciamo confondere da uno straniero! Alla memoria di mio figlio Girolamo." "Giammai, cred'io, fu fatto un brindisi di cosí mala voglia. "Qui v'è un altro bicchier pieno. Perché ricusa mio figlio Lorenzo di corrispondere a questo brindisi amichevole?" "Tremando ricevette Lorenzo il bicchiere dalla mano del Francescano, tremando recollo alle labbra. "Al mio dilettissimo fratello Girolamo!" balbettò egli, e con ribrezzo lo depose. "Questa è la voce del mio uccisore" gridò una terribile figura, che tutto ad un tratto apparve in mezzo a noi, con veste grondante di sangue, e sfigurata da orrende ferite... "Ma non mi si ricerchi il rimanente di questo fatto" disse il Siciliano con tutti gli indizi dello spavento sul suo volto. "Io perdei l'uso dei sensi dal momento che portai lo sguardo sulla figura, siccome tutti gli altri che si trovaron presenti. Quando rinvenimmo in noi stessi Lorenzo era agonizzante; il Frate e lo spettro erano spariti. Il Cavaliere fu portato fra orribili contorsioni a letto; niun altro fuorché un ecclesiastico era col moribondo, e l'infelicissimo genitore, che poche settimane dopo lo seguí nel sepolcro. Le sue confessioni stanno sepolte in seno al religioso che udí l'ultima sua confessione, ed anima vivente non le ha penetrate. "Poco dopo tale avvenimento accadde che si dovette spazzare un pozzo, il quale era nascosto fra cespugli d'erbe selvatiche nel cortile rustico della casa di campagna, ed era rimasto per molti anni pieno di muriccia e di rottami; nello smuovere quelle materie fu scoperto uno scheletro. La casa dove ciò è seguíto piú non esiste; la famiglia del M**nte è estinta, ed in un chiostro non lungi da Salerno può vedersi il sepolcro di Antonia. "Le signorie loro vedono" continuò il Siciliano nel mirarci tutti taciti e perplessi, e che nessuno voleva rompere il silenzio "vedono ora sopra di che è fondata la mia conoscenza con questo Ufficiale russo, o sia con quest'Armeno. Giudichino ora, s'io non ebbi ragione di tremare in presenza di un essere, che per due volte mi ha affrontato d'una sí terribil maniera." - Rispondetemi ancora ad una sola domanda - disse il Principe levandosi in piedi. - Nel vostro racconto siete voi sempre stato veridico sopra tutto quello che riguardava il Cavaliere? - Io non so altro di lui - rispose il Siciliano. - Voi lo avete adunque realmente avuto in concetto di onest'uomo? - Sicuramente, e come no? - rispose quegli. - Anche allorquando vi diede il noto anello? - Come? Egli non mi diede anello alcuno Io non ho già detto ch'egli m'avesse dato l'anello. - Buono - disse il Principe tirando il campanello, ed in atto di partire. - E lo spirito del Marchese di Lanoy - dimandò egli ritornando indietro - che quel Russo ieri fece seguire il vostro, lo tenete voi dunque per uno spirito vero e reale? - Non posso crederlo altra cosa - rispose quegli. - Andiamo - disse il Principe a noi. Il carceriere entrò. - Noi abbiamo terminato - diss'egli al medesimo. - Voi galantuomo - volgendosi al Siciliano - avrete poi nuove di me. - La domanda, Altezza, ch'ella ha fatta in ultimo al ciurmadore, la farei volentieri a lei medesima - diss'io al Principe quando fummo soli. - Tiene ella quel secondo spirito per il vero e legittimo? - Io? No in verità, ora non lo credo piú. - Ora non piú? Dunque lo ha creduto? - Non vi negherò, che per qualche momento mi sono lasciato allucinare, ed ho creduto qualche cosa di piú quella vana illusione! - Ed io vorrei sapere - gli risposi - chi sia colui che in tali circostanze possa difendersi da simil dubbio. Ma quali motivi ha ella adesso per rievocare tale opinione? Secondo quello che ci è stato pur ora raccontato di quest'Armeno, dovrebbe essersi piuttosto aumentata che diminuita la credenza nel suo prodigioso potere. - Ciò che un indegno ci ha di lui raccontato? - m'interruppe il Principe d'un'aria seria - Poiché giovami credere che voi piú non dubitate esser tale colui, col quale abbiamo avuto a trattare. - No - diss'io. - Ma dovrebbe perciò la sua testimonianza... - La testimonianza d'un indegno; supposto, ch'io pur non avessi alcun altro motivo di rivocarla in dubbio... può ella non venir meno a fronte della verità e della sana ragione? Un uomo che mi ha piú volte ingannato, che dell'inganno fa professione, merita egli di essere ascoltato in una cosa, ove il piú sincero amore della verità deve appurarsi prima di meritar fede? Un tal uomo, che forse non ha mai detto una verità per amor di essa, merita egli fede allorché fa testimonianza contro l'umana ragione, e l'ordine eterno di natura? Questo sarebbe lo stesso che se io volessi autorizzare un furbo in cremisino ad accusar la piú pura ed illibata innocenza. - Ma quali motivi dovrebb'egli avere di dare un sí gloriosa testimonianza ad un uomo, che per tante ragioni egli deve odiare od almeno temere? - Perché io non iscopro tali motivi, lascerà egli perciò di averne? So io per conto di chi egli mi ha fatto zimbello? Confesso che traveder non posso tutta la trama della sua impostura; ma egli ha reso un ben cattivo servigio alla causa che difende con lo smascherarsi come un impostore... e fors'anche come qualche cosa di peggiore. - La circostanza dell'anello parmi veramente non so che di sospetto. - Ella è piú di questo - disse il Principe - ella è decisiva. Quell'anello (lasciatemi per un istante supporre che il narrato avvenimento sia realmente seguíto) egli lo ricevette dall'uccisore, ed egli doveva in quel momento esser certo che egli era l'uccisore. Chi altri che l'uccisore poteva al defunto aver cavato un anello che quasi certamente non si levò dal dito? Egli cercò di persuaderci in tutta la narrazione ch'egli stesso fosse stato ingannato dal Cavaliere, mentre egli creduto avea d'ingannar lui. A che mai questo raggiro, s'egli stesso non sentiva in se medesimo quanto perderebbe confessando la sua intelligenza con l'uccisore? Tutta la sua narrazione è patentemente non altro che una serie d'invenzioni per accozzar insieme le poche verità ch'egli ha stimato a proposito di svelarci. Ed io, dopo di ciò, dovrei avere maggior difficoltà ad incolpare un indegno che ho già colto in dieci bugie, anche dell'undecima, anziché far violare le leggi fondamentali e l'ordine della natura, ove non ho sinora scoperta alcuna dissonanza? - Io non saprei che rispondere intorno a ciò - gli rispos'io - ma l'apparizione da noi veduta jeri, non lascia per questo di parermi incomprensibile. - A me pure - rispose il Principe - sebbene mi sia venuta la tentazione di ritrovarvi una chiave. - Come? - diss'io. - Non vi ricordate voi che la seconda figura, appena entrata, andò all'altare, prese il Crocefisso nelle mani e corse sul tappeto? - Cosí mi pare. Sí. - Ed il Crocefisso, per quanto ci disse il Siciliano, era un conduttore elettrico. Da ciò voi vedete altresí, ch'ella si affrettò ad elettrizzarsi. Il colpo che le menò Lord Seymour con la spada non potea dunque che essere inefficace, poiché la scossa elettrica avea paralizzato il suo braccio. - Ciò sarebbe giusto riguardo alla spada. Ma la palla che il Siciliano sparò contro di essa, e che noi udimmo rotolar lentamente sopra l'altare? - Potete voi esser certo che fosse la palla scaricata quella che noi sentimmo rotolare? Per nulla dire che il fantoccio o l'uomo che rappresentava lo Spirito poteva essere armato di tal modo da poter essere invulnerabile tanto da palla come da spada. Ma riflettete un poco chi fu quello che caricò le pistole. - È vero - diss'io, ed un'improvvisa luce mi balenò alla mente - le caricò il Russo. Ma questo sotto gli occhi nostri; come avrebbe potuto avervi luogo alcuna frode? - E perché non avrebbe potuto avervi luogo? Avevate voi allora già concepito sospetto sopra quell'uomo per credere necessario di osservarlo nelle sue azioni? Esaminaste voi la palla prima che la mettesse nella canna? Non poteva quella essere di mercurio, od anche soltanto di argilla dipinta? Faceste voi attenzione s'ella andasse realmente nella canna della pistola, oppure se la lasciasse cadere nella sua mano? Cosa vi assicura, supposto ancora che le avesse caricate con palle di piombo, che nell'altro appartamento abbia prese quelle cariche, e non piuttosto sostituite ne abbia un altro paio, il che gli era sí facile, dacché a nessuno cadde il pensiero di osservarlo, e noi d'altronde eravamo occupati a spogliarci? E la figura nel punto che il fumo della polvere la celò alla nostra vista non poteva ella aver lasciato cadere sull'altare un'altra palla di cui fosse provveduta a tal uopo? Quale di tutti questi supposti può dirsi impossibile? - Ella ha ragione, Altezza. Ma quella evidente rassomiglianza col suo defunto amico... Io pure lo vidi sovente da lei e l'ho riconosciuto all'istante nello Spirito. - Anch'io; ed altro non posso dire, se non che l'illusione fu portata al sommo grado. Ma se quel Siciliano dopo alcune occhiate alla sfuggita, che egli gettò sulla mia tabacchiera, seppe dare una lieve rassomiglianza anche alla sua effigie che c'ingannò, voi e me, e perché non l'avrebbe tanto meglio potuto fare il Russo, che durante tutto il pasto ebbe l'uso libero della mia tabacchiera, che godé il vantaggio di rimaner sempre ed assolutamente inosservato, ed a cui, oltre di ciò, io avea in confidenza scoperto di chi era il ritratto posto sulla scatola? Aggiungete poi, siccome lo ha rimarcato il Siciliano stesso, che le fattezze caratteristiche del Marchese consistono in certi tratti marcati, che si possono facilmente imitare anche grossolanamente. Dove rimane adunque l'incomprensibilità di tutta quest'apparizione? - Ma il tenore delle sue parole? Gli schiarimenti sopra il di lei amico? - Come? Non ci disse il Siciliano che con le poche domande ch'ei mi fece avea architettata una simile storia? Ciò non dimostra egli quanto naturalmente cader si dovea sopra una tale invenzione? Oltre di ciò le risposte dello Spirito sono d'un senso talmente oscuro, e da oracolo, ch'egli non poteva correr rischio d'esser colto in contraddizione. Supponete che la creatura del ciurmadore che faceva lo Spirito, fosse dotata di penetrazione ed avvedutezza, e fosse soltanto stata un poco al fatto delle circostanze... quanto piú oltre non si sarebbe potuto condurre quella ciurmeria? - Ma rifletta, Altezza, di quale estensione avrebbono dovuto essere i preparativi dalla parte dell'Armeno per un inganno cosí complicato! Quanto spazio di tempo vi sarebbe voluto! Quanto tempo solamente a dipingere un capo umano d'una maniera cosí rassomigliante come qui si deve supporre! Quanto tempo ad istruire sí bene quel supposto spirito da potersi garantire da ogni sbaglio! Quanta attenzione non sarebbe abbisognata per ottenere tutti que' minuti non nominati accessori che giovano, o per evitare tutti quelli che nuocer possono in qualunque modo! Ed ora prenda in considerazione, che il Russo non fu assente piú d'una mezz'ora. Potevasi forse in niente piú d'una mezz'ora disporre soltanto quello che v'era in ciò di piú necessario? Per verità, Altezza, neppure uno scrittore drammatico, che fosse imbarazzato a conservare le tre inesorabili unità del suo Aristotele, non avrebbe accumulato tante azioni in un intermezzo, né avrebbe osato supporre tanta credulità ne' suoi spettatori. - Come? Voi credete dunque assolutamente impossibile, che in quella breve mezz'ora far si potessero tutti que' preparativi? - In fatti - io gridai - onninamente impossibile. - Io non comprendo questo modo di esprimersi. Ripugna forse a tutte le leggi del tempo, del luogo e delle operazioni fisiche, che una testa cosí accorta, come incontrastabilmente lo è questo Armeno, secondata dalle sue, forse non meno accorte creature, nell'oscurità della notte, non osservato da alcuno, fornito di tutti i mezzi, da' quali un uomo di cotal mestiere non suole giammai separarsi, che un tal uomo, io dico, da tali circostanze favorito in cosí poco tempo abbia potuto tanto operare? È ella cosa assolutamente inconcepibile ed assurda il credere che col mezzo di poche parole, comandi o cenni ai suoi cooperatori, dar possa delle estese commissioni, e prescrivere in brevi accenti lunghe e complicate operazioni? Ed alle eterne leggi di natura potrassi forse altro contrapporre fuorché una evidente impossibilità? Volete voi creder piuttosto un prodigio che ammettere una cosa poco verisimile? Piuttosto rovesciare le facoltà della natura che concedere un'artificiosa e poco ordinaria combinazione di queste facoltà? - Se la cosa non giustifica un sí ardita conseguenza, ella dee però confessare che è di gran lunga superiore alla nostra comprensiva. - Io quasi mi sento voglia di contrastarvi anche questo - disse il Principe con maliziosa vivacità. - Come, caro Conte? Se per esempio, si desse che non solo durante, e dopo quella mezz'ora, non solo di fretta e da molti insieme, ma anche tutta la sera e tutta la notte si fosse lavorato per questo Armeno? Riflettete, che il Siciliano impiegò quasi tre ore intere pe' suoi preparativi. - Il Siciliano, Altezza? - E come fareste a dimostrarmi che il Siciliano non abbia avuto altrettanta parte nella seconda apparizione, come nella prima? - Come, Altezza? - Che non sia stato il principale stromento e ministro dell'Armeno; insomma, che ambedue non siano di perfetta intelligenza tra loro? - Ciò sarebbe difficile da provarsi - esclamai con non lieve sorpresa. - Non sí difficile, caro Conte, come lo pensate. Come? Sarebbe egli un azzardo, che questi due uomini in un progetto cosí singolare, cosí complicato sopra la stessa persona, s'incontrassero allo stesso tempo, e nello stesso luogo; che si trovasse tra le loro scambievoli operazioni una sí evidente armonia, una cosí premeditata intelligenza; che l'uno quasi travagliasse per le mani dell'altro? Supponete ch'egli siasi servito della ciurmeria piú grossolana per dar maggior risalto alla piú fina. Supponete ch'egli abbia mandato avanti colui per esplorare il grado di credulità su cui egli contar poteva con me; per ispiare gli accessi alla mia confidenza; per famigliarizzarsi col suo subalterno con questo saggio, che poteva riuscir male anche senza pregiudicare al resto del suo piano; insomma per fare una specie di preludio col suo stromento. Supponete, che lo abbia fatto appunto perché, mentre da una parte espressamente eccitava e svegliava la mia attenzione, dall'altra, che piú gli premea, rimanesse inoperosa e sopita; supponete finalmente ch'egli avesse alcune informazioni da prendere, e ch'egli desiderasse che venissero attribuite al ciurmadore per allontanare il sospetto della loro vera provenienza. - Cosa intende significare con ciò? - Ammettiamo come vero, ch'egli abbia corrotto qualcun del mio seguito, onde conseguir per suo mezzo certe segrete notizie e fors'anche documenti, che servir potessero al suo scopo. Io smarrisco il mio cacciatore. Chi m'impedisce di credere che l'Armeno abbia parte nella evasione di quest'uomo? Ma l'accidente può darsi ch'io venga a scoprire l'intrico; una lettera può essere intercettata; un domestico può chiacchierare. Tutto il suo credito è perduto s'io vengo a scoprire le fonti della sua onniscienza. Egli frammette adunque questo frappatore, che sopra di me deve avere tale o tal altro progetto. Egli non tralascia di avvertirmi per tempo della qualità e delle mire di quest'uomo. Qualunque cosa io scuopra, il mio sospetto non cadrà che sopra questo frappatore, ed alle indagini che saranno opportune all'Armeno, il Siciliano presterà il suo nome. Questo sarà il fantoccio col quale mi lascerà divertire, mentre egli stesso, inosservato e non sospetto, mi cingerà di lacci invisibili. - Benissimo! ma come può combinarsi con tali mire quell'aiutar egli stesso a distruggere quest'illusione, ed abbandonare alla vista de' profani i segreti dell'arte sua? Non dev'egli temere che la scoperta insussistenza d'un'illusione, portata sino ad un sí alto grado di verità, come in fatti lo era quella del Siciliano, non indebolisca la credulità a suo riguardo, e per conseguenza renda assai piú difficili per lui da eseguirsi i suoi futuri piani? - Quali sono i segreti ch'egli abbandona alla mia cognizione? Niuno sicuramente di quelli che esso ha voglia di mettere in esecuzione sopra di me. Egli non ha dunque nulla perduto con la sua profanazione. Ma quanto, all'opposto, non ha egli guadagnato se questo preteso trionfo sopra l'impostura e la ciurmeria mi rende fermo e sicuro; se con ciò egli è riuscito di dare alla mia vigilanza una direzione opposta, e di fissare il mio sospetto, ancor vago ed incerto, sopra oggetti che siano i piú lontani dal luogo dell'attacco? Egli doveva aspettarsi, che tosto o tardi, o per propria diffidenza, o per istraniera istigazione, io avrei ricercata la chiave dei suoi prodigi nella ciarlataneria. Che poteva egli far di meglio che di metterli egli stesso in parallelo, che di pormi egli stesso lo scandaglio fra le mani, e mentre metteva agli uni un limite artificioso, tanto piú ingrandire, o confondere le mie idee sugli altri? Quanti sospetti ha egli con questo artificio tolti di mezzo! quanti schiarimenti non ha egli resi inutili, ai quali avrei forse ricorso in seguito! - In questa maniera egli ha per lo meno operato in molto pregiudizio di se medesimo, aprendo cosí gli occhi di coloro che ingannar voleva, e debilitando la loro credulità alla magia con lo smascherare una sí ingegnosa impostura. Ella stessa, Altezza, è la miglior confutazione del suo piano, seppure egli ne aveva qualcuno. - Forse egli mi ha mal conosciuto, ma la sua maniera di giudicare non è stata perciò meno giusta. Poteva egli prevedere che mi rimarrebbe in memoria quello appunto che mi avrebbe servito di chiave per capire il mistero? Entrava forse nel suo piano che la creatura di cui si è servito dovesse somministrarmi tante scoperte? Sappiamo noi se quel Siciliano non abbia di gran lunga trapassati i limiti delle sue facoltà? Coll'anello certamente. Eppure ella è questa l'unica circostanza che ha fatto nascere la mia diffidenza contro quell'uomo. Quanto facilmente può il piú raffinato ed artificioso piano essere rovinato o guasto da un esecutore mal esperto? Sicuramente non era sua intenzione che il ciurmadore dovesse a noi trombeggiare le sue glorie in tuono da saltimbanco; ch'egli ci dovesse spacciare quelle novellette che si contraddicono alla minima riflessione. Cosí, per esempio, con qual fronte può questo impostore pretendere che il suo Taumaturgo al battere delle dodici ore della notte debba rinunciare ad ogni commercio umano? Non lo abbiamo noi stessi veduto fra noi a simil epoca? - Questo è vero - io esclamai. - Egli deve averlo perduto di memoria! - Ma egli è del carattere di tal sorta di gente l'esagerare le loro cose e di guastare con l'eccesso tutto ciò che un discreto e moderato inganno avrebbe perfettamente eseguito. - Ciò non pertanto, Altezza, io non posso far tanta forza a me stesso per credere che tutto questo affare altro non sia che un puro giuoco. Come? Il terrore del Siciliano, le contorsioni, il deliquio, tutto il deplorabile stato di quest'uomo, che c'ispirava compassione; tutto ciò non sarebbe stato che una stupida pantomima? Sia pur concesso che il giuoco teatrale arrivi a questo segno; l'arte dell'attore però non può comandare agli organi vitali. - Per ciò che riguarda questo, amico, io ho veduto Riccardo III rappresentato dal famoso Garrick. In quel momento noi spettatori eravam forse sí freddi e indifferenti da poter essere osservatori imparziali? Potevam noi scandagliare gli affetti di quell'uomo, mentre eravamo commossi dai nostri propri? Inoltre la crisi decisiva, anche d'un inganno, è per l'ingannatore stesso di tanta importanza, che in lui l'aspettativa può di leggieri produrre sintomi cosí violenti, come la sorpresa in chi resta ingannato. Aggiungete poi anche a questo l'inaspettata comparsa degli sgherri. - Appunto, Altezza. Opportunamente me ne ha fatto risovvenire. Sarebbesi egli azzardato ad esporre nella sua nudità un piano sí pericoloso agli occhi della giustizia? A mettere la fedeltà del suo complice ad una sí critica prova? E con qual fine? - Lasciate a lui il pensiero di conoscere le persone con le quali ha a trattare. Sappiamo noi quali segreti delitti sono a lui mallevadori della segretezza di quest'uomo? Voi avete udito qual carica abbia coperta a Venezia. E quand'anche tale asserzione fosse da aggiungersi alle altre sue falsità, quanto gli costerà il liberare quest'uomo, che non ha altri accusatori che lui? (E l'esito, in fatti, ha giustificato pur troppo il sospetto del Principe. Avendo noi alcuni giorni dopo dimandato conto di quel detenuto, ebbimo in risposta, ch'egli si era reso invisibile.) - E con qual fine, voi dimandate? Per quale altra via se non per questa della forza poteva egli far fare al Siciliano una confessione sí inverisimile ed obbrobriosa, e che era d'altronde tanto essenziale? Chi altri, che un uomo disperato, il quale non abbia piú nulla da perdere, potrà risolversi a dare di se medesimo delle cognizioni cosí vergognose? In quali altre circostanze gliele avremmo noi credute? - Tutto si conceda, Altezza - diss'io finalmente. - Le due apparizioni devono essere state ciurmerie; quel Siciliano deve averci dato a intendere una fanfaluca che il suo principale gli ha fatto apprendere; ambidue, collimando ad un solo fine, devono operare d'intelligenza, e per essa devono spiegarsi tutti que' meravigliosi accidenti che nel corso di questo avvenimento ci hanno sorpresi. Ma quella profezia sulla piazza di San Marco, quel primo prodigio che aperse la scena a tutti gli altri, resta nondimeno un arcano: e che giova a noi la chiave di tutti gli altri, se disperiamo di dicifrar questo? - Esprimetevi piuttosto in diverso modo, caro Conte - risposemi il Principe. - Dite, cosa provano tutti que' prodigi, se vengo a scuoprire che v'era fra essi anche una sola ciurmeria? Quella profezia - ve lo confesso - sorpassa la mia comprensiva. Se non vi fosse che quella, se l'Armeno avesse terminata la sua farsa con essa, in vece che con essa l'ha cominciata, io vi confesso che non so sin dove mi avrebbe potuto condurre. Ma in questa vile società ella mi riesce un tantino sospetta. - Lo concedo, Altezza, ma essa rimane però incomprensibile, ed io sfido tutti i nostri filosofi a darmene una spiegazione. - È ella poi cotanto incomprensibile? - continuò il Principe dopo alcuni momenti di riflessione. - Io son ben lontano di pretendere il titolo di filosofo; eppure mi sentirei tentato a ritrovare una chiave naturale anche a questo prodigio, o piuttosto a spogliarlo d'ogni apparenza di straordinario. - S'ella può far questo, mio Principe - allora risposi io con un sorriso di molta incredulità - ella sarà l'unico prodigio cui io crederò. - E per prova - continuò egli - di quanto poco diritto noi abbiam di ricorrere alle forze soprannaturali, voglio mostrarvi due diverse vie per le quali, senza far violenza alla natura, possiamo forse analizzare questo accidente. - Due chiavi ad un tratto! Ella mi rende curiosissimo davvero. - Voi avete letto meco le dettagliate notizie della malattia del mio defunto cugino. Fu in un eccesso di febbre fredda che un colpo d'apoplessia lo privò di vita. La stranezza di questa morte, lo confesso, mi spinse ad udirne il parere di alcuni medici, e quanto io riseppi in questa occasione mi guida allo scioglimento di questo problema. La malattia del defunto, una delle piú rare e terribili, ha questo sintomo particolare ad essa, che durante il brivido della febbre l'ammalato viene aggravato da profondissimo sonno, che d'ordinario al secondo ritorno del parossismo diventa mortale apoplessia. Siccome questi parossismi ritornano colla piú esatta regolarità ed all'ora fissa, perciò il medico dal momento stesso ch'egli ha dato il suo giudizio sul genere della malattia, è anche in istato di predire l'ora della morte. Il terzo parossismo di una febbre terzana intermittente cade, come è noto, nel quinto giorno della malattia, ed un tale spazio di tempo abbisogna appunto perché una lettera da ***, dove mio cugino è morto, arrivi a Venezia. Supponiamo ora che il nostro Armeno abbia un corrispondente vigilante tra i domestici del defunto, ch'egli abbia un vivo interesse ad ottenere notizie da colà, che egli abbia delle mire sopra di me, che la credulità alle cose prodigiose, e l'apparenza di forze soprannaturali l'aiutino a mettersi in credito presso di me: ecco una spiegazione naturale della predizione che a voi sembra cotanto incomprensibile. Ciò basta perché scorgiate la possibilità che un terzo mi dia la notizia d'una morte, che, nel momento in cui si annunzia, succede in distanza di 200 miglia. - Davvero, Altezza, ch'ella mi unisce qui delle cose le quali, prese partitamente, riescono assai naturali, ma che non possono unirsi insieme se non da qualche altra cosa che non è molto diverso da una stregheria. - Come? Voi dunque avete meno ripugnanza a credere il prodigioso che l'insolito e il ricercato? Súbito che noi concediamo all'Armeno un piano importante che o mi ha per oggetto principale, o mi adopra come un mezzo - e non dobbiamo noi conceder quello che pur sempre giudichiamo della di lui persona? non è senza naturalezza, non è forzato ciò che lo conduce per la via piú corta al suo fine. Ora qual via piú corta ritrovasi per assicurarsi d'un uomo che la raccomandazione di un Taumaturgo? Chi resiste ad un uomo cui gli spiriti stessi sono soggetti? Ma io vi concedo che la mia ipotesi sia affettata; confesso ch'ella me pure non soddisfa. Io non persisto a sostenerla, perché giudico che non vale la pena di ricorrere ad una ipotesi stentata ed alambiccata dove può bastare il puro caso alla bramata spiegazione. - Come - io l'interruppi - sarà puro caso? - Difficilmente qualche cosa di piú! - continuò il Principe. - L'Armeno avea notizia del pericolo di mio cugino. Egli c'incontrò sulla piazza di S. Marco. L'occasione lo invitò ad arrischiare una profezia, la quale, se andava fallita, non era che una parola perduta ma, se avveravasi, poteva essere d'importantissima conseguenza. Il successo favorí quel tentativo... ed allora soltanto poté egli pensare ad approfittarsi del dono dell'azzardo per un piano combinato e conseguente. Il tempo schiarirà, o fors'anche non ischiarirà questo mistero... ma credetemi, amico - ed in cosí dire mise la sua mano sopra la mia facendosi tutto serio in volto - un uomo che abbia forze superiori a sua disposizione, non ha bisogno di ciurmerie, o le disprezza. Cosí terminò un colloquio da me qui riferito per esteso, perché fa vedere le difficoltà che v'erano da superarsi col Principe, e perché, siccome lo spero, purgherà la sua memoria dall'accusa che egli siasi ciecamente ed all'impazzata precipitato nel laccio che un'inaudita diabolica perfidia a lui tendeva. *** Non tutti (prosegue il Conte d'O***) non tutti coloro che nel momento in cui io scrivo le presenti Memorie, forse con riso insultante guardano dall'alto del loro orgoglio la sua debolezza, e nella presuntuosa arroganza della loro non mai combattuta ragione credonsi autorizzati a pronunziar decreto di condanna sopra di lui, non tutti, io temo, avrebbono sí virilmente sostenuta questa prima prova. Se ad onta di questi felici preliminari vedrassi ora ciò non pertanto cadere, se il nero progetto, del cui lontano avvicinamento lo preveniva il suo buon genio, ciò non ostante vedrassi in lui sgraziatamente eseguito, si concepirà meno disprezzo della sua pazzia che stupore per l'enormità della furfanteria cui soggiacque una sí ben munita ragione. Le mire mondane non possono aver parte nella mia testimonianza, poiché quegli che dovrebbe essermene grato piú non esiste. Il suo terribile destino ebbe fine; già da lungo tempo l'anima sua si è appurata al trono della verità, davanti al quale sta pure da lungo tempo la mia all'epoca della pubblicazione di questo scritto; ma (mi si perdoni il pianto che involontario gronda alla rimembranza del mio piú caro amico) ma io lo scrivo come un omaggio alla giustizia. Egli avea un'anima nobile e generosa, e certamente sarebbe divenuto l'ornamento d'un trono, s'egli non si fosse lasciato sedurre a volerlo salire per mezzo di un delitto. LIBRO SECONDO Non molto dopo quest'ultimo avvenimento (cosí continua il Conte d'O*** la sua narrazione) cominciai ad osservare nell'animo del Principe un forte cangiamento. Sino a quell'epoca aveva egli schivato qualunque ragionato esame della sua religione, ed erasi limitato a rettificare le rozze e sensuali idee, nelle quali era stato allevato sotto tale rapporto, con altre migliori che gli si erano insinuate, senza investigare i fondamenti della sua setta. Piú volte egli mi ha confessato che le cose di religione erangli sempre sembrate come un castello incantato, nel quale non s'inoltrano i passi senza ribrezzo e ripugnanza, e che si fa molto meglio passandovi oltre con rispettosa rassegnazione, senza esporsi al pericolo di smarrirsi tra' suoi labirinti. Tuttavia un'opposta inclinazione lo tirava irresistibilmente a far delle indagini analoghe a questa materia. Una educazione bacchettona e servile era l'origine di quel timore; questa avea scolpito nella sua tenera mente degli spauracchi dai quali non fu capace di liberarsi del tutto durante la sua vita. La melanconia religiosa era una malattia ereditaria nella sua famiglia; l'educazione che venne data a lui ed ai suoi fratelli era adattata a questa disposizione; le persone cui venne affidato tale incarico erano state scelte sotto tal punto di vista, e quindi esser doveano o fanatici od ipocriti. Il mezzo piú sicuro di guadagnarsi la maggiore approvazione de' reali genitori si era quello di soffocare la vivacità naturale del fanciullo in un'ottusa soggezione di spirito. Questa tetra e ferale maniera di vivere aveva adombrata tutta l'età giovanile del Principe; l'allegria era bandita persino dai suoi giuochi. Tutte le sue idee di religione aveano in sé non so che di terribile, ed appunto questo sentimento d'orrore e di tremenda maestà fu quello che s'impadroní piú per tempo della sua viva immaginazione, e piú lungamente vi si mantenne in possesso. Il suo Dio era sempre tuonante e fulminante; il suo culto era un tremore servile, o sia una prostrazione di spirito soffocante ogni facoltà ed energia dell'animo. A tutte le sue puerili e giovanili inclinazioni, cui un corpo robusto ed una florida salute davano tanto maggiore elasticità, si opponeva mai sempre la religione; questa combatteva tutto ciò che avea forza d'interessare il suo tenero cuore; egli non apprese già a conoscerla come un beneficio, ma come un flagello delle sue passioni. Cosí si accese insensibilmente un tacito rancore contro di essa nel suo animo, che, con una rispettosa credenza ed un cieco timore, facea nel suo capo e nel suo cuore il piú bizzarro miscuglio, l'avversione ad un Nume pel quale provava in egual grado l'odio e la venerazione. Non è meraviglia s'egli colse la prima occasione di sottrarsi da un giogo sí gravoso, ma egli se ne sottrasse come uno schiavo attaccato alla gleba del suo rigoroso padrone, che anche in mezzo alla libertà porta seco il sentimento della sua schiavitú. Appunto perché non avea rinunciato con ponderata deliberazione alla credenza avuta in gioventú; appunto perché aspettato non avea sinché la sua piú matura ragione se ne fosse liberata a bell'agio; e finalmente perché qual fuggitivo, su cui durano tuttavia i diritti di proprietà del suo signore, erasene spiccato a forza, dovette perciò dopo sí grandi aberrazioni ritornar sempre a lui. Egli era fuggito colla catena, ed appunto per questo dovette esser la preda di ogni impostore che la scuopriva e sapeva servirsene. Che tale esser dovesse il suo destino, se il leggitore non lo ha di già indovinato, lo dimostrerà il seguito di questa narrazione. Le confessioni del Siciliano lasciarono nel suo animo impressioni piú profonde che non meritava tutta quella avventura, e la picciola vittoria che la sua ragione avea riportata sopra quella debole illusione, aumentò di molto la sua fiducia in essa. La facilità colla quale era a lui riuscito di decifrare quell'impostura sembrava averlo sorpreso lui medesimo. Nel suo capo la verità e l'errore non eransi ancora abbastanza ben separati l'uno dall'altra, perché spesso non gli accadesse di scambiare le prove dell'uno con quelle dell'altra: da ciò ne venne che il colpo, il quale atterrò la sua credenza ai prodigi, fece al tempo stesso vacillare tutto l'edificio della sua fede alla religione. Avvenne a lui in ciò quel che avvenir suole ad uomo inesperto, il quale nell'amicizia o nell'amore sia stato ingannato per sua cattiva scelta, e che poi perde ogni fiducia riguardo a questi affetti in generale, poiché prende per essenziali proprietà e contrassegni di essi que' che non sono se non puri accidenti. Un'impostura smascherata gli rese sospetta anche la verità, poiché sgraziatamente egli si era servito di mezzi egualmente cattivi per dimostrarla a se medesimo. Questo preteso trionfo tanto piú gli piacque, quanto piú grave era stata l'oppressione da cui sembrava liberarlo. Da quel punto si svegliò in lui una mania di dubitare che piú non ebbe riguardo neppure agli oggetti piú rispettabili. Varie cose concorsero a mantenerlo in questa disposizion d'animo ed a vie maggiormente confermarvelo. La solitudine, in cui avea sin allora vissuto, cessata era per dar luogo ad una maniera di vivere dissipata. La sua condizione era scoperta. Le attenzioni cui egli corrisponder dovea, l'etichetta di cui era debitore al suo rango, lo trascinarono insensibilmente nel vortice del gran mondo. Il suo stato, non meno che le sue qualità personali, gli apersero l'accesso alle piú brillanti e spiritose conversazioni di Venezia: bentosto egli si vide in corrispondenza coi piú chiari ingegni della Repubblica, tanto letterati che politici. Ciò Lo costrinse ad estendere l'orizzonte, già si limitato ed uniforme nel quale era stato rinchiuso il suo spirito. Egli cominciò ad accorgersi della meschinità delle sue idee, ed a sentire il bisogno di maggior coltura. La foggia antica del suo pensare, malgrado tutti i vantaggi che accompagnarla potessero, formava un contrasto troppo vantaggioso colle idee moderne della società, e la sua inesperienza nelle cose piú note e familiari lo rendeva talvolta ridicolo; ed egli niente piú temeva che di rendersi tale. Il pregiudizio sfavorevole che gravitava sul paese, ove sortito avea i suoi natali, sembrava a lui una sfida ad ismentirlo nella sua propria persona. A ciò si aggiungeva anche la singolarità del suo carattere che abborrir gli facea ogni attenzione di cui credesse esser debitore al suo rango anziché al suo merito personale. Egli sentiva principalmente questa umiliazione in presenza di quelle persone che brillavano pel loro spirito e colle loro doti d'animo trionfavano quasi della sua nascita. Il vedersi in una tale società distinto come Principe gli era sempre di sommo rossore, perché per sua mala sorte credeva d'essere con questo nome già escluso da ogni concorrenza. Tutte queste cose in complesso lo persuasero della necessità di dare al suo spirito quella coltura che sino allora avea trascurata, a fine di raggiungere la classe spiritosa e pensatrice della società, dietro la quale in sí lunga distanza si trovava rimasto. Egli scelse a tale oggetto la piú moderna lettura che intraprese col massimo ardore, siccome era solito di fare in tutte le sue imprese. Ma la mano fatale che dirigeva la scelta di questi scritti lo facea sfortunatamente sempre cadere sopra di quelli, dai quali né la sua ragione, né il suo cuore poteano ritrarre sensibil profitto. Ed anche in ciò dominava la sua inclinazione favorita che sempre spingevalo con irresistibile attrattiva a tutto quello che non dev'essere concepito da mente umana. Egli non aveva attenzione e memoria se non per cose di tal natura: la sua ragione ed il suo cuore rimanevano vôti, mentre il suo cervello si riempiva di confuse idee. Lo stile seducente dell'uno incantava la sua immaginazione, mentre i sofismi dell'altro incatenavano la sua ragione. Ad ambi era facile il soggiogare uno spirito che si faceva la preda di chiunque gli si imponeva con una certa disinvoltura e franchezza. Una lettura, che fu da lui continuata con passione per piú di un anno non lo avea arricchito per avventura di alcuna utile cognizione, ma all'opposto gli avea riempito il capo di dubbi i quali, come immancabilmente seguir dovea con un carattere conseguente come il suo, ben tosto si apersero sgraziatamente una strada al suo cuore. Per dirlo in succinto, egli erasi inoltrato in quel labirinto come un fanatico pieno di buona fede, e ne uscí come uno scettico, e finalmente come un vero spirito forte. Tra le assemblee nelle quali si era saputo introdurlo eravi una certa segreta società nominata del Bucentauro, che sotto l'esteriore apparenza di una nobile e ragionata libertà di spirito favoriva la piú sfrenata licenza sí di opinioni che di costumi. Annoverando essa tra' suoi membri molte persone regolari, ed avendo alla testa persino i nomi di alcuni cardinali, tanto piú facilmente fu indotto il Principe a lasciarvisi introdurre. Certe pericolose verità della ragione pensava egli non potersi meglio sollevare che tra le mani di quelle tali persone obbligate dal loro stato medesimo alla moderazione, e che aveano il vantaggio d'aver udita e scandagliata anche la dottrina opposta. Il Principe dimenticò qui che il libertinaggio dello spirito e de' costumi nelle persone di tal condizione fa maggiori progressi appunto perché qui trova un freno di meno, e non è spaurito da alcuna apparenza di santità che cosí spesso abbaglia gli occhi profani. E tale era il caso nella conventicola del Bucentauro, la maggior parte de' membri della quale, con una riprovevole filosofia e con costumi degni di una tal direttrice, non solo oltraggiavano il loro stato, ma l'umanità stessa. La società avea i suoi gradi segreti, ed io amo a credere per l'onor del Principe che non lo abbia riputato degno d'essere ammesso nel piú recondito del santuario. Ognuno che entrava in questa società, dovea deporre, almeno sintanto che in lei vivea, il suo rango, la sua nazione, la sua religione, insomma tutti i segni distintivi di convenzione, e mettersi in un certo stato di universale eguaglianza. La scelta de' membri era a dir vero rigorosa, perché le sole prerogative dello spirito vi preparavano l'accesso. La società si vantava di possedere le piú eleganti maniere, ed il gusto piú raffinato, e tale era realmente la sua riputazione in tutta Venezia. Questa riputazione, non meno che l'apparenza di eguaglianza che vi regnava, furono gl'irresistibili allettamenti che vi attrassero il Principe. Un conversare spiritoso, condito d'attico sale, de' trattenimenti istruttivi, il fiore delle persone dotte e politiche che quivi come nel loro centro recavansi, gli nascosero per lungo tempo il pericolo di questa aderenza. Allorché egli travide a poco a poco lo spirito dell'istituto a traverso della sua maschera, forse perché stanchi di star piú lungamente in guardia verso di lui, la ritirata era pericolosa, ed un falso rossore, non meno che il timore della sua sicurezza, lo costrinsero a celare il suo interno dispiacere. Ma già per la sola confidenza con questa classe di persone, e coi loro sentimenti, quand'anche non fosse stato trascinato all'imitazione, erasi perduta la pura e bella semplicità del suo carattere, e la delicatezza de' suoi morali sentimenti. Il suo intelletto sostenuto da cosí poco solide cognizioni sciogliere non potea senza straniero soccorso i fini sofismi co' quali era stato avviluppato, e insensibilmente questo terribile corrosivo avea distrutto quasi tutto il fondamento su cui posar dovea la sua morale. Le basi naturali della sua felicità le rigettava come argomenti fallaci che l'abbandonavano ne' momenti decisivi, e quindi lo forzavano ad attaccarsi ai primi arbitrari e migliori principi che gli capitavano all'avventura. Forse riuscito sarebbe ad una mano amica di ritirarlo ancora in tempo da quell'abisso, ma oltre ch'io non ebbi cognizione dell'interno del Bucentauro se non lungo tempo dopo che il male era già seguito, un accidente pressantissimo aveami, sin dal principio di quel periodo di tempo, già richiamato da Venezia. Anche Mylord Seymour, amico assai pregiabile del Principe, e la di cui testa fredda e bene assestata era contraria ad ogni illusione, quest'amico che gli avrebbe potuto servire immancabilmente di sicuro appoggio, ci abbandonò verso quell'epoca medesima per ripatriarsi. Quelli nelle di cui mani io lasciai il Principe erano bensí persone probe, ma inesperte ed estremamente attaccate ai loro principi alle quali mancava del pari e l'antivedimento nel male, e l'autorità sull'animo del Principe. Ai suoi capziosi sofismi essi non altro sapevano opporre che le sentenze assolute d'una cieca e non mai esaminata credenza, le quali o lo irritavano, o lo divertivano: ei li vincea troppo facilmente in dottrina, ed il suo talento superiore al loro riduceva ben tosto al silenzio questi cattivi difensori d'una buona causa. Gli altri che s'impadronirono in seguito della sua confidenza, altro far non sapevano in vece che sempre piú ingolfarlo ne' suoi errori. Allorché io ritornai a Venezia l'anno seguente, oh quanto vi ritrovai cangiata ogni cosa! L'influenza di questa nuova filosofia si manifestò ben tosto nella maniera di vivere del Principe. Quanto piú a vista d'occhio facea progressi in Venezia, e si acquistava nuovi amici, tanto piú cominciava a perderne degli antichi. Egli mi piaceva sempre meno da un giorno all'altro: ci vedevamo anche piú di rado, ed era piú difficile avere la sua compagnia. Il torrente del gran mondo lo trasportava altrove. Quando era in casa, la porta della sua camera era sempre in continuo movimento. Un divertimento non aspettava l'altro, una festa l'altra; le buone fortune lo assediavano incessantemente. Egli era la bella di cui tutti erano innamorati, il Re, e l'idolo di tutti i circoli. Quanto gli era parso difficile, nel passato silenzio della sua vita ritirata ed oscura, il vivere fra mezzo al trambusto del gran mondo, altrettanto facile lo ritrovava egli adesso con suo stupore. Ognuno gli si faceva incontro ad accoglierlo, tutto era perfetto ciò che gli usciva di bocca, e quando egli taceva, il suo silenzio era un furto fatto alla società. E questa buona sorte che lo inseguiva in ogni parte, questo costante buon successo lo rese qualche cosa di piú di quello ch'era in fatto, poiché gli inspirò coraggio e confidenza in se stesso. L'opinione esagerata ch'egli concepí perciò del suo valore, gli fece prestar fede alla straordinaria e quasi divina venerazione che si tributava al suo spirito, la quale, senza quel gigantesco ed in certo modo fondato sentimento di amor proprio, avrebbe naturalmente dovuto venirgli sospetta. Ma la comun voce non faceva che confermare ciò che in segreto gli diceva la sua vanità, contenta di se medesima. Ciò non era, al suo credere, che un tributo dovutogli a buon diritto. Egli avrebbe senza dubbio schivato questo laccio se gli avessero lasciato prender fiato, ed accordatogli solamente tanta tranquillità d'animo che bastasse a paragonare il suo proprio valore con quello dell'immagine che gli veniva presentata in uno specchio sí lusinghiero. Ma la sua esistenza era uno stato di permanente ubbriachezza, di turbinoso offuscamento d'intelletto. Quanto piú in alto era stato sollevato, tanto piú avea da sudare a mantenersi in tale elevazione; questa continua tensione lo struggeva lentamente; neppure il suo sonno era tranquillo. Si era scoperto il suo debole, e ben calcolata la passione che si avea saputo accendere in lui. Ben tosto i suoi probi Cavalieri dovettero pagar il fio dello straordinario sapere che erasi sviluppato nel capo del loro signore. Sentimenti morali e rispettabili verità, cui il suo cuore era stato altre volte attaccato con tutto il calore, cominciavano ora a diventar gli oggetti della sua irrisione. Egli si vendicava contro le verità della religione, dell'oppressione sotto la quale lo avevano sí lungo tempo tenuto le sue idee chimeriche; ma siccome una voce imperterrita del suo cuore combatteva i vaneggiamenti della sua testa, perciò v'era piú sarcasmo ed ironia che gioviale franchezza nel suo spirito. Il suo naturale cominciava ad alterarsi, il cattivo umore lo deturpava. La piú bella dote del suo carattere, la sua prudenza, avealo abbandonato; gli adulatori aveano avvelenato il suo cuore eccellente. La rispettosa delicatezza del suo tratto, che quasi avea fatto dimenticare a' suoi Cavalieri ch'egli fosse il loro padrone, dava ora luogo assai sovente ad un tuono imperioso e decisivo, che tanto piú sensibilmente offendea perché fondato non era sopra l'esteriore distanza dei natali, di cui non è difficile consolarsi, e di cui egli stesso faceva poco caso, ma sopra una ributtante supposizione della sua personale elevatezza al di sopra degli altri. Siccome egli nella propria casa dava sovente luogo a riflessioni che lo avrebbero trovato inaccessibile nel tumulto della società, perciò le persone di servigio ben di rado lo vedeano tutt'altro che tetro, schizzinoso ed infelice, mentre animava le straniere conversazioni con una forzata allegria. Con vivo rincrescimento lo vedevano correre per sí malaugurato cammino; ma nello strepitoso vortice ove aggiravasi egli piú non udiva la timida voce dell'amicizia, ed era ancora troppo felice per darle ascolto. Già ne' primi tempi di quest'epoca un affare d'alta importanza che non avrei osato posporre al piú vivo interessamento d'amicizia, aveami richiamato alla corte del mio sovrano. Una mano invisibile, da me non iscoperta che assai lungo tempo dopo, avea trovato il mezzo di colà imbrogliare i miei affari, e di spargere sul conto mio de' rumori ch'io dovetti darmi premura di smentire colla mia presenza. Il congedarmi dal Principe fu per me doloroso, ma per lui non fu che indifferente. Già da gran tempo eransi allentati que' legami che stretta aveano la nostra amicizia. Ma il suo destino avea risvegliato in me il piú vivo interesse; io mi feci dunque promettere dal Barone di F*** di tenermi al giorno, col suo carteggio meco, di quanto seguirebbe in appresso, ed egli mantenne esattamente la sua promessa. D'ora in avanti io non sarò dunque piú testimonio oculare di queste avventure: mi si permetta di sostituire a me stesso il Barone di F***, e di completare quanto rimane a narrarsi per mezzo di estratti delle sue lettere. Sebbene la maniera di rappresentare le cose della quale si serve questo mio amico non sia sempre quella di cui mi sarei servito io medesimo non ho voluto fare verun cangiamento alle sue espressioni, dalle quali il leggitore potrà senza molta pena rilevare la verità. LETTERA I Il Barone di F*** al Conte d'O*** Maggio, 17** Le rendo grazie, mio pregiatissimo amico, della permissione accordatami di continuare, anche durante la di lei assenza, la familiare conversazione che durante il di lei soggiorno in questa città faceva il migliore de' miei piaceri. Qui, com'ella sa, non v'è alcuno col quale osassi spiegarmi sopra certe cose... checché ella dir mi possa in contrario, io non posso indurmi ad amar questo popolo. Dopo che il Principe è divenuto uno di essi, e dopo ch'ella ci è stato tolto affatto, io mi trovo isolato in mezzo a questa popolosa città. Z*** se la passa meglio, e le belle di Venezia sanno fargli dimenticare i disgusti che deve soffrire meco in casa. E qual motivo avrebb'egli di affliggersene? Egli non vede, e non cerca altro nel Principe che un padrone che può trovar da per tutto, ma io! Ella sa quanto il mio cuore s'interessa nel bene e nel male del nostro Principe, e quanto io ne abbia ragione. Sono sedici anni che vivo intorno alla sua persona, e non vivo che per lui. Io entrai al suo servigio giovane di diciannove anni, e dopo quell'epoca non mi sono giammai separato da lui per cosa del mondo. Io sono cresciuto sotto a' suoi occhi; una lunga convivenza mi ha connaturalizzato a lui; io ho passate insieme tutte le sue grandi e piccole avventure. Vivo nella sua sorte. Sino a quest'anno mal avventurato non ho ravvisato in lui che il mio migliore amico, il mio fratello maggiore; come allo splendore di chiaro sole io vivea sotto gli occhi suoi, nessuna nube offuscava la mia felicità; e tutto questo dovrò io veder distrutto adesso in questa sgraziata città di Venezia? Dopo ch'ella si è allontanato da qui, tutto si è presso di noi cangiato. Il Principe di **d** è qui giunto la settimana scorsa con numeroso seguito, ed ha dato al nostro circolo un nuovo movimento tumultuoso. Essendo egli sí strettamente congiunto di parentado col nostro Principe, e vivendo essi in assai buona intelligenza insieme staranno poco tempo lontani l'uno dall'altro durante il soggiorno del primo in questa città che, a quel che sento, durerà sino alla festa dell'Ascensione. Il principio si è fatto a maraviglia; già da dieci giorni il Principe non ha quasi avuto tempo di rifiatare. Il Principe di **d** ha cominciato a dirittura a sfoggiare, e potrà continuare a farlo, poiché tra poco se ne parte; ma il peggio si è che ha messo nell'impegno anche il nostro Principe, perché non poteva decentemente esimersi, e nella special relazione che sussiste fra le due case, egli ha creduto di dover fare qualche sagrifizio al rango contrastato della sua. Si aggiunge a ciò che tra poche settimane s'avvicina anche la nostra partenza da Venezia; e con ciò sarà dispensato dalla continuazione ulteriore di questa straordinaria spesa. Il Principe di **d**, per quel che vien detto, è entrato in affari con quest'Ordine ***, e crede di farvi una luminosa figura. Ella può facilmente immaginarsi che si sia tosto impossessato di tutte le conoscenze del Principe nostro. Nel Bucentauro principalmente egli è stato introdotto con gran pompa, poiché già da qualche tempo gli è saltato in testa di farla da bell'ingegno e da spirito forte, siccome anche in tutte le corrispondenze, che mantiene in tutte le parti del mondo, egli non si fa chiamare con altro nome che quello di Principe filosofo. Io non so s'ella abbia avuta la sorte di vederlo. Un esteriore vantaggioso, occhi in continuo moto, cera sentimentale, sfoggio di erudizione, molta naturalezza artificiale (se è lecito cosí esprimersi) ed una degnazione principesca pei sentimenti di umanità, aggiungasi un'eroica presunzione di se stesso, ed una vittoriosa eloquenza. Chi potrebbe ricusare omaggio a sí brillanti prerogative d'un'Altezza Reale? L'esito ci farà poi vedere qual figura farà il merito silenzioso, laconico e sodo del nostro Principe in parallelo a queste strepitose perfezioni. Nella nostra economia sono ultimamente seguiti molti e grandi cambiamenti. Noi abbiamo occupata una nuova e superba abitazione dirimpetto alle Nuove Procuratie, poiché il Principe trovavasi troppo ristretto all'albergo del Moro. Il nostro seguito si è aumentato di dodici individui, paggi, mori, aiduchi, ecc. Tutto va ora alla grande. Quando ella era qui si lagnava del troppo stipendio. Oh! s'ella vedesse, che direbbe poi adesso! I nostri interni rapporti sono ancor quelli di prima, eccetto che il Principe, il quale dalla di lei presenza era tenuto in maggior soggezione, è diventato anche piú, se è possibile, freddo, e sostenuto con noi, ed ora non abbiam pressoché altro a fare presso di lui fuorché servirlo allorché si veste o si spoglia. Sotto pretesto che noi non parliamo italiano e male il francese, egli ci esclude dalla maggior parte delle sue conversazioni, nel che, quanto alla mia persona, non mi fa grande offesa; ma credo scorgerne il vero motivo; egli si vergogna di noi; e di ciò mi duole, perché non lo abbiamo meritato. Di tutti noi altri (giacché ella desidera sapere anche le cose meno importanti) si serve ora quasi solamente di Biondello, che, come ella sa, dopo l'evasione del nostro Cacciatore, ha preso al suo servigio, e che in questo nuovo sistema di vita gli è divenuto affatto indispensabile. Quest'uomo conosce tutto in Venezia, e tutto sa adoperare. Egli è non altrimenti che se avesse mille occhi, o potesse muovere mille braccia. Egli ha detto che fa tutto ciò coll'aiuto del Gondoliere. Perciò riesce sommamente comodo al Principe, cui fa conoscere tutte le persone nuove che si presentano nelle sue conversazioni, e le segrete notizie ch'ei gli dà le ha sempre trovate giuste. Inoltre egli parla e scrive l'italiano e il francese alla perfezione, e per tal mezzo egli è già divenuto segretario del Principe. Non deggio qui omettere di raccontarle un tratto di fedeltà disinteressata, assai rara veramente in un uomo della sua condizione. Ultimamente un negoziante facoltoso di Rimini chiese udienza dal Principe. L'oggetto era una strana lagnanza contro Biondello. Il Procuratore, suo antico padrone, che dev'essere stato un uomo estremamente bisbetico e bizzarro, aveva vissuto in costante inimicizia irreconciliabile co' suoi parenti, la quale volea che durasse, se era possibile, anche dopo la sua morte. Biondello possedeva esclusivamente tutta la sua confidenza, ed era solito deporre in lui tutti i suoi segreti: questi dovette promettergli anche agli estremi di sua vita, di serbarli inviolabilmente, e di non farne mai uso in vantaggio de' parenti; un legato considerabile dovea essere la ricompensa della sua segretezza. Quando fu aperto il testamento ed esaminate le sue carte, trovaronsi grandi lacune ed imbrogli di cui il solo Biondello poteva dare gli opportuni schiarimenti. Questi negò ostinatamente di saperne la minima cosa, abbandonò all'erede il legato assai considerabile a lui destinato piuttosto che palesare i suoi segreti. Grandi offerte furongli fatte da parte de' parenti, ma tutte invano; finalmente per sottrarsi dalle loro sollecitazioni, minacciando essi di farlo chiamare in giudizio, egli entrò al servigio del Principe. L'erede principale, cioè il detto negoziante, si rivolse a lui medesimo, e fece anche maggiori esibizioni delle già fatte, se Biondello si mutava di sentimento. Ma anche l'interposizione del Principe fu vana. Gli confessò bensí esser vero che gli fossero stati confidati tal segreti, e non negò neppure che il defunto avesse portato troppo lungi l'odio contro i suoi parenti; ma egli soggiunse: Quest'uomo è stato mio padrone e benefattore, ed è morto con ferma fiducia nella mia probità. Io fui l'unico amico ch'egli lasciò al mondo e tanto meno degg'io ingannare l'unica sua speranza. Fece altresí comprendere che tali schiarimenti non avrebbero fatto onore alla memoria del suo defunto padrone. Non è questo un pensar fino e nobile? Ella può facilmente pensare che il Principe non ha molto insistito su questa cosa, né tanto piú oltre di farlo vacillare in un cosí nobile proposito. Questa rara fedeltà, da lui mostrata verso il suo defunto padrone, gli ha guadagnata la piú illimitata confidenza del suo padrone vivente. Viva felice, o mio pregiatissimo amico. Oh! quanto sospiro la passata vita tranquilla nella quale ella ci ha qui ritrovati, e della quale ella ha sí ben contribuito a diminuire la soverchia monotonia! Io temo che il mio buon tempo sia finito a Venezia, e felici noi se non si potrà dire lo stesso anche del Principe. L'elemento nel quale egli vive al presente non è quello ove possa per lungo tempo essere felice, se l'esperienza di sedici anni non m'inganna. Sono, ecc. LETTERA II Il Barone di F*** al Conte d'O*** Il 18 maggio Non avea pensato che il nostro soggiorno in Venezia potesse essere buono a qualche cosa! Egli ha salvato la vita ad un uomo; io cesso d'esserne malcontento. Il Principe ultimamente a notte molto avanzata facevasi trasportare dal Bucentauro a casa, accompagnato da due domestici, uno de' quali era Biondello. Non so come accadesse che la lettiga noleggiata di fretta si ruppe, ed il Principe si vide costretto a fare a piedi il resto della strada. Biondello lo precedeva, la strada conduceva per vie remote ed oscure, e l'alba non essendo molto lontana, i fanali cominciavano ad offuscarsi, od erano di già estinti. Poteva essere trascorso un quarto d'ora di cammino, allorché Biondello venne a scoprire che avea smarrito la strada retta. La somiglianza de' ponti lo avea ingannato, ed in vece di passare a S. Marco, erasi trovato nel sestiere di Castello. Quest'era una delle piú lontane contrade, ove non si vedea anima vivente: si dovette ritornare indietro per orientarsi in una strada maestra. Aveano fatto appena pochi passi, allorché in una contrada poco di là distante udirono gridare: "Aiuto! son morto!". Il Principe, disarmato com'era, strappò il bastone dalle mani di uno de' domestici, e con quella intrepidezza d'animo, ch'ella in lui conosce, corse verso la parte da dove echeggiava questa voce. Tre terribili assassini sono in procinto di atterrare un uomo, che si difende ancora, ma debolmente, con un suo compagno; il Principe comparisce in tempo opportuno per impedire il mortal colpo. Il suo grido e quello de' domestici atterriscono gli assassini, che in luogo sí remoto non si aspettavano una simile sorpresa, di modo che, dopo alcuni lievi colpi di pugnale, abbandonano quell'infelice, e si danno alla fuga. Quasi svenuto e spossato dalla lotta sanguinosa, cade il ferito tra le braccia del Principe; il suo compagno gli scopre ch'egli ha salvato il Marchese di Civitella nipote del Cardinale A***i. Siccome il Marchese perdeva molto sangue dalle ricevute ferite, perciò Biondello, alla meglio ch'ei seppe, e di fretta fece da chirurgo, ed il Principe ebbe cura di farlo trasportare al palazzo di suo zio, ch'era poco di là lontano, e dove egli medesimo lo accompagnò. Quivi lasciollo chetamente, e senza darsi a conoscere per quello ch'egli era. Ma per mezzo d'un domestico, che avea riconosciuto Biondello, fu scoperto il di lui nome. Alla mattina vegnente comparve subito il Cardinale, vecchio amico del Bucentauro. La visita durò un'ora: il Cardinale parve molto agitato nell'uscire; egli avea le lagrime agli occhi, ed anche il Principe era commosso. Quella stessa sera fu fatta una visita all'ammalato, del quale il chirurgo diede le migliori speranze. Il mantello nel quale era avvolto, aveva divertiti i colpi, e scemata di molto la loro forza. Dopo tale accidente non è passato giorno in cui il Principe non abbia fatto visita in casa del Cardinale, o non ne abbia ricevuto dal medesimo, ed una intrinseca amicizia comincia a formarsi tra questi due personaggi. Il Cardinale è un venerabile sessagenario, di maestoso aspetto, con fronte serena e temperamento robusto. Egli è tenuto per uno de' piú ricchi prelati in tutto il territorio della Repubblica. Egli governa ancora le sue immense sostanze con giovanil vigore, ed anche con giudiziosa parsimonia non disprezza i divertimenti del secolo. Questo nipote è il suo unico erede, il quale però non è sempre in buona intelligenza con suo zio, per quanto vien detto. Comunque questo vecchio non sia nemico de' piaceri, la condotta di suo nipote può esaurire e stancare la piú grande e lunga indulgenza. I suoi principi libertini, e la sua sfrenata condotta, sgraziatamente sostenuta da tutto ciò che può abbellire il vizio ed allettare la sensualità, lo rendono il terrore di tutti i genitori, e l'oggetto di maledizione di tutti i mariti: anche quest'ultimo attacco dev'esserselo acquistato, per quanto si sostiene, con un intrico amoroso ch'egli avea formato con la consorte dell'Inviato ***ese: per nulla dire d'altri cattivi affari, da' quali soltanto il danaro e l'autorità del Cardinale hanno potuto salvarlo con molta difficoltà. Senza di ciò quest'ultimo sarebbe il mortale piú invidiabile in tutta l'Italia, giacché egli possiede tutto ciò che può rendere la vita cara e desiderabile. Con questo solo rammarico in famiglia la fortuna gli ritoglie tutti i suoi doni, e bilancia il godimento delle sue sostanze col continuo timore che aver non debbano alcun erede. Tutte queste notizie io le ho avute da Biondello. In quest'uomo il Principe ha acquistato un vero tesoro. Ogni giorno egli sa rendersi vie piú necessario, ogni giorno noi scopriamo in lui qualche nuovo talento. Ultimamente il Principe erasi riscaldato, e non poteva aver riposo. Il lume della notte si era estinto, ed il suono del campanello non poteva svegliare il cameriere, perché era ito fuor di casa in traccia di avventure amorose. Il Principe si risolve quindi d'alzarsi egli stesso per chiamare qualcuno de' suoi domestici. Egli non è andato ancora molto lontano, che sente da lungi una soavissima musica. Egli va come incantato dietro al suono di questa musica, e trova Biondello nella sua camera, che suona il flauto fra mezzo ai suoi camerati. Egli diffida de' suoi occhi, delle sue orecchie, e gli ordina di continuare. Con sorprendente facilità questi estemporeggia lo stesso melodioso adagio con le piú graziose variazioni, e con tutte le finezze d'arte d'un virtuoso. Il Principe, che è un dilettante, come ella ben sa, sostiene che Biondello potrebbe arditamente farsi udire nel miglior teatro. - Io deggio licenziare quest'uomo - mi disse la mattina susseguente - io non ho facoltà bastanti per ricompensarlo secondo il suo merito. Biondello, che avea fatto attenzione a queste parole, comparve e disse: - Altezza, s'ella fa questo, mi toglie la mia migliore ricompensa. - Tu sei destinato a qualche cosa di meglio, che a servire - disse il suo padrone. - Non mi dà l'animo d'impedirti la tua fortuna. - Non mi auguri pure altra fortuna, Altezza, che quella che mi sono scelto da me stesso. - E trascurare un simil talento. No! Non ho cuore di permetterlo. - Mi permetta dunque, Altezza, ch'io lo eserciti qualche volta alla di lei presenza. E tosto furono date le opportune disposizioni a tale oggetto. Biondello ebbe una camera vicina all'appartamento di riposo del suo padrone, dove potrà conciliargli il sonno con la musica, e risvegliarnelo con essa. Il Principe volea raddoppiargli il suo stipendio, ma egli se ne schermí, aggiungendo però la preghiera che il principe volesse permettergli di deporre nelle sue mani stesse questo grazioso aumento come un capitale, di cui forse in breve tempo avrebbe avuto bisogno di disporre. Il Principe attende ora ch'egli venga presto a chiedergli qualche cosa; e qualunque ella possa essere, l'ha di già a lui concessa. Ella si conservi sano, mio pregiatissimo amico. Attendo con impazienza notizie da K***n. LETTERA III Il Barone di F*** al Conte d'O*** Il 4 giugno Il Marchese di Civitella, che ora è perfettamente guarito delle sue ferite, si è fatto dal Cardinale suo zio introdurre la settimana scorsa dal Principe, e dopo quel giorno ei lo segue come l'ombra del suo corpo. Biondello non mi ha però detto la verità di questo Marchese, o almeno l'ha molto esagerata. Egli è una persona d'esteriore amabilissimo ed alle cui maniere non si può far resistenza. Non è possibile di volergli male; il suo primo sguardo mi ha guadagnato. S'immagini la figura piú incantatrice, un misto di dignità e di leggiadria, un volto pieno di spirito e di sensibilità, una fisionomia aperta ed attraente, un tuono di voce lusinghiero, una fluida e naturale eloquenza, la piú florida giovinezza accompagnata da tutte le grazie della piú elegante educazione. Egli non ha niente di quel soverchiante orgoglio, di quell'affettato sussiego che ci rende cosí insoffribile la maggior parte della nobiltà. Tutto in lui spira giovanile allegria, benevolenza, calore di sentimento. Quanto ai suoi disordini trascorsi devono essermi stati prodigiosamente esagerati, poiché io non ho mai veduto un tipo piú perfetto, piú bello di ottima salute. S'egli è realmente sí cattivo come lo dice Biondello, egli è una Sirena, cui niuno può resistere. Egli si è meco esternato a dirittura con molta sincerità. Egli mi ha confessato con la piú graziosa ingenuità, che non è troppo in buon concetto presso il Cardinale suo zio, e che non è forse senza suo demerito. Ma ch'egli è seriamente risoluto di emendarsi, e che tutto il merito di questa sua risoluzione sarà dovuto al Principe. Che spera con ciò di riconciliarsi con suo zio, giacche il Principe può tutto sull'animo del Cardinale. Che finora altro non gli è mancato che un amico ed un Mentore, e che spera di ritrovarli ambidue nel Principe. Il Principe in fatti usa sopra di lui tutti i diritti di un direttore, e lo tratta con la vigilanza ed il rigore di un Mentore. Ma questo stesso contegno dà anche a lui certi diritti sul Principe, che egli sa far valere molto bene. Egli non lo visita piú in particolare, ma egli è di tutte le partite di divertimento cui interviene il Principe; quanto al Bucentauro - e questa è per lui una fortuna - egli è stato sinora troppo giovane per esservi ammesso. Da per tutto, dove si trova col Principe, lo rapisce alla società con la scaltra maniera con cui egli sa occuparlo e tirarlo seco lui. Dicono, che nessuno ha saputo domarlo, e che il Principe merita un monumento di eterna memoria per questa fatica erculea se avrà buon successo. Temo molto però che seguir debba il contrario, e che l'aio abbia ad esser condotto a scuola dal pupillo; della qual cosa parmi già scorgere tutte le piú verosimili apparenze. Il Principe di **d** è finalmente partito con grande soddisfazione di noi tutti, non eccettuato neppure il mio padrone. Ciò ch'io avea predetto, mio carissimo d'O***, si è anche avverato appuntino. Con caratteri tanto opposti l'uno all'altro, con cosí inevitabili collisioni, questa buona intelligenza non poteva essere di lunga durata. Non era ancora passato gran tempo dopo l'arrivo del Principe di **d** a Venezia allorché nacque uno scisma tra i begli spiriti, che mise il nostro Principe in pericolo di perdere la metà de' suoi ammiratori. In qualunque luogo egli comparisse trovava fra piedi questo suo antagonista, che avea precisamente l'opportuna dose d'astuta malizia e di vanaglorioso egoismo per far valere il minimo vantaggio che il Principe gli dava sopra di lui. E siccome egli avea a sua disposizione tutti que' piccoli raggiri, il di cui uso era vietato al Principe dalla sua nobile grandezza d'animo, perciò l'altro mancar non potea d'avere in breve tempo dalla sua parte le teste deboli, o di figurare alla testa d'un partito, che era degno di lui (1). Il piú ragionevole sarebbe stato certamente di non entrare in gara con un avversario di questa sorte, ed alcuni mesi prima sarebbe stato sicuramente il partito che avrebbe preso il Principe. Ma al presente erasi già lasciato trascinar troppo dalla corrente per poter cosí presto riguadagnar la sponda. Queste frivolezze, sebbene a motivo soltanto delle circostanze, aveano acquistate presso di lui un certo peso, e quand'anche le avesse nel suo interno disprezzate, il suo amor proprio non gli permetteva di trascurarle in un'epoca ove il cedere sarebbe stato interpretato piuttosto per una confessione della sua inferiorità, che per una spontanea sua determinazione. Le sciagurate ferite di pungenti discorsi d'ambe le parti portarono le cose a questo segno, e lo spirito di rivalità che riscaldava i suoi partitanti, avealo pure invaso. Per conservar dunque le sue conquiste e sostenersi nel posto arduo e sdrucciolevole, che l'opinione del mondo aveagli assegnato, credette dover moltiplicare le occasioni di sfoggiare e di cattivarsi gli animi altrui, e ciò non potea altrimenti conseguirsi che con uno scialacquo principesco; quindi continue feste e gozzoviglie, dispendiosi concerti, regali e grosso giuoco. E siccome questa strana mania erasi tosto comunicata anche alle persone del seguito ed alla servitú d'ambe le parti, che, come ella sa, sogliono sul punto d'onore esser ancor piú scrupolosi de' loro padroni, egli dovea pure dar sostegno alla buona volontà della sua gente con la propria liberalità. Serie lunghissima d'insulse frascherie, tutte conseguenze inevitabili di una sola assai scusabile debolezza, dalla quale il Principe in un cattivo momento erasi lasciato sopraffare. Noi siamo ora liberi del competitore, ma il danno ch'egli ha fatto non è sí facile da rimediarsi. Il peculio del Principe è esausto; ciò ch'egli con una saggia economia avea risparmiato in molti anni è distrutto; noi dobbiamo affrettarci a partir da Venezia s'egli non vuole caricarsi di debiti, dai quali sinora si è con somma premura preservato. La partenza è anzi già fissata subito che vi saranno nuove cambiali. Almeno tutto questo scialacquo e sciupinio di sostanze si fosse fatto per procurare al mio Signore qualche vero godimento e piacere. Ma egli non fu giammai meno contento che adesso! Egli sente di non essere quello ch'egli era altre volte, egli ricerca se stesso, egli è malcontento di se medesimo, e si precipita in nuove dissipazioni per ischivare le conseguenze delle antiche. Una nuova conoscenza viene in seguito all'altra, che sempre piú ve lo trascina ed ingolfa. Io non prevedo qual sia per esserne l'esito. Noi dobbiamo partire, qui non v'è altro scampo, noi dobbiamo partire da Venezia. Ma, caro amico, mai neppure una riga da lei! Quale interpretazione degg'io dare a questo sí ostinato silenzio? LETTERA IV Il Barone di F*** al Conte d'O*** Il 12 giugno Le presento i miei ringraziamenti, amico gentilissimo, pel contrassegno di rimembranza che mi ha fatto rimettere per mezzo del giovane B***hl. Ma di quali lettere mi parla ella, ch'io devo aver ricevute? Niuna di lei lettera è a me pervenuta, neppur biglietto, neppure una riga. Qual giro vizioso devono dunque aver fatto coteste lettere! All'avvenire, mio caro d'O***, quando vuole onorarmi de' suoi caratteri, me gl'indirizzi per la via di Trento, e con la soprascritta al mio Padrone. Finalmente, mio caro amico, abbiamo pur dovuto fare quel passo, che sinora avevamo sí felicemente schivato. Le cambiali non sono venute; ora in sí pressante urgenza ci sono mancate per la prima volta, e noi fummo nella necessità di ricorrere ad un usuraio, poiché il Principe è contento di pagare a piú caro prezzo la segretezza. Ciò che v'é di peggio in questo disgustoso accidente si è che ritarda la nostra partenza. In tale occasione ebbero luogo alcune spiegazioni fra me ed il Principe. Tutto l'affare è passato per le mani di Biondello, e l'Ebreo era già venuto prima che io ne avessi il minimo cenno. Mi stringeva il cuore di veder ridotto il Principe a tale estremità, e ridestava in me tutte le memorie del passato, tutti i timori pel futuro, di modo che era veramente assai mesto e pensoso allorquando l'usuraio fu partito. Il Principe, che era già reso di mal umore dalla scena precedente, passeggiava su e giú per la camera con aria triste. I rotoli di danaro erano ancora sulla tavola, io stavo alla finestra, e mi occupavo a numerare i vetri delle Procuratie; il silenzio durò assai lungo tempo; finalmente egli cosí lo ruppe: - F***, io non posso soffrire d'intorno a me le cere torbide. Io tacqui. - Perché non mi rispondete? Non vedo io forse che il cuore vi scoppia in seno per non poter isfogare il vostro rammarico? Ed io voglio che parliate. Altrimenti voi potreste darvi a credere d'aver soffocato in voi dei prodigi di saggezza e prudenza. - Se io sono torbido e mesto, Altezza - gli risposi - non è per altro, se non perché non la veggo serena ella stessa. - Io so - continuò egli - che non vi vado a genio... già da gran tempo... che si disapprovano tutti i miei passi... Che... cosa scrive il Conte d'O***? - Il Conte d'O*** non mi ha scritto nulla. - Nulla? Perché volete voi negarmelo? Voi avete delle esalazioni di cuore insieme... voi ed il Conte. Io lo so bene. Via, confessatemelo pure. Io non intendo di penetrar piú addentro ne' vostri segreti. - Il Conte d'O*** - rispos'io - di tre lettere che gli ho scritte non ha ancora risposto alla prima. - Io ho fatto male - continuò egli - non è vero? - prendendo in mano un rotolo di danaro -. Io non avrei dovuto far questo? - Io vedo bene, che questo era necessario. - Io non avrei dovuto mettermi nella necessità? Io tacqui. - Davvero! Non avrei mai dovuto passare i limiti de' soli desideri e divenir canuto come sono divenuto uomo! Mentre io dalla triste monotonia della mia passata vita mi scosto alquanto, e guardo se pur mi si apre qualche fonte di ristoro... mentre io... - Se questa è stata una prova, Altezza, non mi resta piú nulla a soggiungere... in tal caso le esperienze che le avrà procurate, non sarebbero troppo care anche al triplo di quanto le costano. Mi affliggeva, lo confesso, che l'opinione del mondo avesse a decidere sopra la questione del come ella debba essere felice. - Felice voi, che potete disprezzare l'opinione del mondo! Io sono sua creatura, io deggio essere suo schiavo. Che altro siam noi se non opinione? Tutto in noi Principi è opinione. L'opinione è nostra nudrice ed aja nella fanciullezza, nostra legislatrice ed Amasia negli anni virili, nostra gruccia in vecchiaia. Toglieteci ciò che abbiamo dall'opinione, ed il piú infimo di tutte le altre classi sarà meglio di noi; poiché il suo destino lo avrà aiutato a conseguire una filosofia che lo consola di questo stesso destino. Un Principe che deride l'opinione annichila se medesimo, come il Sacerdote che nega l'esistenza di Dio. - Eppure, Altezza! - So cosa dir mi volete. Io posso oltrepassare il circolo che la mia nascita mi ha posto d'intorno... ma posso io pure svellere dalla mia reminiscenza tutte le false idee che l'educazione e la forza dell'abito vi hanno fatto pullulare, e che cento mila teste deboli fra voi altri vi hanno fatto radicare sempre piú profondamente? Ognuno ama d'essere interamente ciò ch'egli è, e la nostra esistenza consiste appunto nel parere felici. Perché noi non possiamo esserlo alla vostra maniera, non dobbiamo dunque esserlo punto? Se noi non possiamo piú attingere la gioia alla sua pura fonte immediata, non dovremo neppure farci illusione con un godimento fittizio? Non oseremo noi ricevere da quella mano stessa che ci ha spogliati una debole indennizzazione? - Questa la trovava ella nel di lei cuore. - E s'io ora non ve la ritrovo piú? O perché veniamo noi a questi discorsi? Perché avete voi risvegliate in me queste memorie? Se io ricorro adesso a questo tumulto di affetti per soffocare un'interna voce che forma l'infelicità della mia vita, per acchetare questa sofistica ragione, che come falce tagliente ruota pel mio cervello, e ad ogni nuova indagine recide un ramo della mia felicità? - Mio ottimo Principe! - egli si era alzato, e girava per la camera con straordinaria commozione. - Se tutto avanti a me, e dietro a me si inabissa, se il passato mi sta a tergo in tetra uniforme, e quasi immensa mole di sasso, se il futuro nulla m'offre, s'io veggo tutto il circolo della mia esistenza rinserrato nell'angusto spazio del presente, chi mi biasimerà, se questo misero dono del tempo - il momento presente - lo stringo fra le braccia con ardor insaziabile, come un amico ch'io veggo per l'ultima volta? - Altezza, ella credeva altre volte ad un bene piú durevole. - Deh, fate che quell'aereo simulacro non si dissipi, e mi vedrete abbracciarlo con ardenti amplessi. Qual gioia può darmi la contemplazione di fenomeni che domani saranno spariti com'io? Non è forse tutto in fuga a me d'intorno? Tutto si urta per iscacciare il suo vicino, bere di fretta un sorso alla fonte dell'esistenza, e partendo lambirsi le labbra. Ora nell'istante in cui son lieto delle mie forze, un futuro vivente è già destinato alla mia distruzione. Mostratemi qualche cosa di durevole, ed io sarò virtuoso. - Chi ha dunque potuto espellere dal di lei animo que' benefici sentimentali, che altre volte formavano la delizia e la norma della di lei vita? Il seminar per l'avvenire, il servire ad un ordine sublime ed eterno. - Avvenire! ordine eterno! Leviamo ciò che l'uomo ha cavato dal suo proprio seno ed ha attribuito alla supposta sua Divinità come scopo, ed alla natura come legge, che ci resta ancora? Ciò che mi ha preceduto, e ciò che mi seguirà io li considero come due impenetrabili e tenebrosi veli pendenti ad ambi gli estremi dell'umana vita, e che niuno de' mortali ha sinora potuto squarciare. Già molte centinaia di migliaia di generazioni stanno con la face davanti, e s'ingegnano d'indovinare, che mai vi sia al di là. Molti vi vedono le loro proprie ombre, le figure della loro passione muoversi ingrandite sul velo dell'avvenire; si scuotono e raccapricciano davanti alla loro propria immagine. Poeti, filosofi e statisti hanno dipinti questi veli coi loro segni, o piú lieti o piú tristi secondo che il cielo era per essi o piú chiaro o piú fosco; e la prospettiva ingannava da lontano. Anche molti giocolieri hanno approfittato di questa generale curiosità, e con istrani travestimenti hanno sbalordite le elettrizzate fantasie. Un profondo silenzio regna al di là di questo velo; nessuno di que' che sono iti al di là ha giammai fatto udire la sua voce al di qua; tutto quel che si è udito fu un eco profondo della dimanda, come se si fosse chiamato alcuno in una grotta. Dietro questo velo devono andar tutti, e lo afferrano con fremito, incerti di chi vi stia di dietro per accoglierli: Quid sit id quod tantum perituri vident. Veramente vi sono stati anche degl'increduli nel loro numero, i quali sostennero, che questo velo sia un gabbamondo, e che non vi si è veduto nulla perché nulla appunto eravi di dietro, ma per convincerli si sono mandati tosto al di là del medesimo. "Era sempre una illazione temeraria se non aveano altro miglior fondamento onde appoggiarla, che quello di non veder nulla. "Vedete ora, mio caro amico, io m'accontento volentieri di non istar a guardare dietro di questo velo, ed il partito piú saggio sarà pur quello di disavvezzarmi da ogni curiosità. Ma mentre io mi circoscrivo questo impreteribil circolo, e rinserro tutta la mia esistenza ne' limiti del presente, mi diventa tanto piú caro ed importante questo piccolo spazio, ch'io era in pericolo di trascurare per vani pensieri di conquiste. Ciò che voi chiamate lo scopo della mia esistenza, ora non m'importa piú nulla. Io non posso sottrarmene, né posso farlo meglio disporre; so però, e credo fermamente che deggio adempiere, e che adempio a questo scopo. Sono eguale ad un messaggiero che porta un foglio suggellato al luogo del suo destino. Il suo contenuto può essergli indifferente - egli non ha altro da guadagnare che il prezzo del suo messaggio." - A quale meschina condizione ella mi mette! - Ma dove ci siamo noi traviati? - gridò in seguito il Principe mentre guardava sorridendo sulla tavola, ove stavano i rotoli di danaro. - Non però tanto traviati! - soggiuns'egli - poiché voi forse tornerete a ritrovarmi ora in questo mio nuovo metodo di vita. Anch'io non potea sí tosto disavvezzarmi da una ricchezza immaginaria, né cosí presto staccare i sostegni della mia moralità e felicità dall'amabil sogno nel quale era sí profondamente immerso tutto ciò che sinora aveva in me vissuto. Io sospirava quella leggerezza di mente, che rende sopportabile l'esistenza della maggior parte degli esseri che mi circondano. Tutto quello che toglieva me da me stesso erami gradito. Degg'io confessarvelo? Io desiderava d'inabissarmi per distruggere la fonte di questa mia passione con la sua energia. Qui c'interruppe una visita. Nel venturo ordinario io le parlerò d'una novità che difficilmente potrebbe figurarsi dopo un colloquio, come quello che le ho descritto. Sono, ecc. LETTERA V Il Barone di F*** al Conte d'O*** Il 10 luglio Avvicinandosi a rapidi passi la nostra partenza da Venezia, questa settimana sarà forse impiegata ad osservare tutto quello che vi è di rimarcabile e degno da vedersi in pitture ed edifizi; lo che si suole comunemente differire agli ultimi momenti allorquando si fa un lungo soggiorno in qualche luogo. Ci era stato parlato in particolare con elogio delle Nozze di Cana di Paolo Veronese, che vedonsi all'Isola di S. Giorgio in un chiostro di Benedettini. Ella non si aspetti da me una descrizione di questo straordinario capo d'opera, che nel suo complesso mi ha presentato un prospetto ben sorprendente, ma non molto delizioso. Noi avremmo avuto bisogno d'impiegar tante ore, quanti minuti impiegato vi abbiamo, per ben comprendere una composizione di cento venti figure che ha piú di trenta piedi di larghezza. Qual occhio umano può abbracciare un sí grandioso tutto, e godere in un colpo di tutte le bellezze che quel valente artista vi ha prodigalizzato! Peccato egli è d'altronde, che un'opera di tal pregio, la quale dovrebbe spiccare in un luogo pubblico, ed essere goduta da ognuno, non abbia miglior destino che quella di appagare la vista di alcuni pochi monaci nel loro refettorio. Anche la chiesa di questo chiostro non è meno degna d'essere osservata. Ella è una delle piú belle di questa città. Verso sera noi ci facemmo traghettare nella Giudecca, per quivi godere in quegli ameni giardini una bella sera. La società, che non era molto numerosa, si disperse subito, ed il Marchese di Civitella, che in tutto quel giorno avea cercato un'occasione di parlarmi, invitommi ad entrar seco in un boschetto. - Ella è l'amico del Principe - prese egli a dirmi - pel quale non suole avere alcun segreto, siccome io so da buon canale. Quando io entrai oggi nel suo palazzo ne vidi uscir un uomo del quale m'è noto il mestiere, e la fronte del Principe era assai nubilosa quando me gli appressai. A tali parole io volli interrompere il suo discorso. - Ella non può negarmi - continuò il medesimo - ch'io conosco bene il Principe, e ne comprendo a fondo il carattere... e sarebbe egli possibile? Il Principe avrebbe degli amici in Venezia, amici che gli sono debitori del sangue e della vita, ed egli sarebbe ridotto in un'urgenza a servirsi di simili creature? sia meco sincero, signor Barone! Il Principe è forse in qualche imbarazzo? In vano ella procura di celarmelo. Quello ch'io non posso saper da lei, lo saprò sicuramente da un mio commesso, cui costa poco qualunque segreto. - Signor Marchese... - Mi perdoni. Io deggio parere indiscreto per non diventare un ingrato Io son debitore al Principe della vita, e ciò che stimo ancor piú, del buon uso della vita. Ad onta di ciò io dovrei vedere il Principe far dei passi che a lui costano, che sono inferiori alla sua dignità? sarebbe in poter mio di risparmiarglieli, ed io dovrei soffrirlo con indifferenza? - Il Principe non si trova in alcun imbarazzo - diss'io. - Alcune cambiali che ci doveano pervenire per la via di Trento ci sono impensatamente mancate. Per accidente, senza dubbio... o perché, nell'incertezza della sua partenza, si sarà aspettata da lui una ulteriore indicazione. Questo ora è fatto, e sin qui... Egli crollò il capo. - Ella non interpreti male la mia intenzione - diss'egli. - Qui non può trattarsi di diminuir con tal mezzo la mia obbligazione verso il Principe: basterebbero a questo tutte le ricchezze di mio zio? Si tratta di risparmiargli un sol momento disaggradevole. Mio zio è possessore di ricche sostanze delle quali io posso disporre come di cose mie proprie. Un fortunato accidente mi presenta l'unico possibil caso, che di tutto quello che sta in mio potere possa qualche cosa divenir utile al Principe. Io so - proseguí egli - cosa impone al Principe la delicatezza, ma ella è anche reciproca, e sarebbe un tratto generoso dalla sua parte l'accordarmi questa lieve soddisfazione, quand'anche ciò non fosse che in apparenza... per rendermi meno sensibile il peso dell'obbligazione che mi opprime. Egli non cessò sin tanto ch'io non gli ebbi promesso di fare in ciò tutto il possibile; io conosceva il Principe, e poco perciò ne sperava. Egli era pronto ad accettar da lui tutte le condizioni, sebbene egli confessasse che gli sarebbe una sensibile offesa, se il Principe lo trattasse sul piede d'uno straniero. Nel calore del dialogo noi ci eravamo allontanati assai dal resto della compagnia, e ritornavamo indietro, allorché Z*** ci venne incontro. - Io cerco il Principe presso di loro. Non è egli qui? - Noi andiamo appunto in traccia di lui. Credevamo di trovarlo presso il resto della compagnia. - La società è radunata, ma egli non si trova in niun luogo. Non so come egli si sia dileguato dalla vista di tutti noi. Qui il Marchese di Civitella si risovvenne che forse gli poteva essere venuto in pensiero di visitare la chiesa vicina, sopra la quale egli poc'anzi avea svegliata la sua attenzione. Noi ci avviammo dunque tosto a quella volta per ricercarlo. Già da lontano noi scoprimmo Biondello che aspettava all'ingresso della chiesa. Mentre ci avvicinavamo uscí il Principe alquanto frettoloso da una porta laterale: egli era infiammato in volto, i suoi occhi cercavano Biondello, che poi chiamò a sé. Egli parve comandargli qualche cosa di molta importanza, ed in tal atto teneva sempre gli occhi rivolti alla porta ch'era restata aperta. Biondello si spiccò velocemente da lui nella chiesa. Il Principe, senza avvedersi di noi, ci urtò di traverso per mezzo alla calca, e si affrettò verso la compagnia, dove arrivò prima di noi. Fu conchiuso di far imbandire la mensa per la cena in un compartimento o sia parterre di quel giardino, ed a tal effetto il Marchese senza nostra saputa fece preparare un piccolo concerto eseguito da' piú valenti musici. In esso si fece distinguere una giovine cantatrice, che ci rapí colla soavità del suo canto non meno che colle sue personali attrattive. Ma nulla sembrava far impressione sull'animo del Principe: egli parlava poco, e rispondeva astratto: i suoi occhi erano inquieti, e sempre rivolti verso la parte da dove Biondello venir dovea; una grande emozione sembrava regnare nell'intimo del suo animo. Civitella dimandò come gli fosse piaciuta la chiesa; egli non sapeva dirne nulla. Si parlò di alcune celebri pitture che la rendevano degna d'osservazione; egli non ne avea osservata alcuna. Noi ci accorgemmo che le nostre dimande lo importunavano, e cessammo di parlare. Le ore passavano l'una dopo l'altra, e Biondello ancora non compariva. L'impazienza del Principe andò all'ultimo estremo. Egli si levò da tavola per tempo, ed andò tutto solo a passeggiare su e giú per un viale remoto con rapidi passi. Niuno capiva che mai gli fosse accaduto. Io non mi arrischiava a domandargli la cagione di un sí strano cambiamento: già da lungo tempo io non mi prendo piú seco le confidenze del passato. Con tanto maggiore impazienza io attendeva il ritorno di Biondello per avere la spiegazione di tale arcano. Erano già passate le dieci allorch'egli ritornò. Le notizie ch'egli recò al Principe non contribuirono punto a renderlo piú conversevole. Egli rientrò di cattivo umore nella società, fu preparata la gondola, e subito dopo fummo ricondotti a casa. In tutta la sera io non potei ritrovare un'occasione di parlare a Biondello, e dovetti quindi andare a letto colla mia curiosità non soddisfatta. Il Principe ci avea congedati per tempo, ma mille pensieri che mi si aggiravano pel capo, mi tenevano svegliato. Per lungo tempo io lo sentii sopra la mia camera da riposo passeggiare avanti e indietro; finalmente io m'abbandonai al sonno. Assai tardi dopo la mezzanotte mi risvegliò una voce, una mano mi passò sul volto, apro gli occhi, e vedo il Principe che con un lume alla mano stava dinanzi al mio letto. Ei mi disse che non poteva riposare, e mi pregò d'aiutarlo ad abbreviar la notte. Io volea tosto vestirmi; egli mi comandò di restar dove io era, e si assise a canto del mio letto. - Mi è accaduto qualche cosa oggi - prese egli a dirmi - la cui impressione non potrà mai cancellarsi dal mio animo. Io mi staccai da voi, come sapete, per entrare nella chiesa, della quale Civitella mi avea reso curioso, e che già da lontano avea invogliati i miei sguardi. Non essendo né lui né voi alla mia portata feci solo que' pochi passi, e lasciai Biondello ad aspettarmi all'ingresso. La chiesa era affatto vota: quella fredda oscurità mi fece provare non so quale ribrezzo, allorché entrandovi passai dalla calda e viva luce del giorno in essa. Io mi trovai solitario sotto quella vasta cupola dove regnava un alto sepolcrale silenzio. Io mi appostai nel mezzo, e m'abbandonai a tutta la forza di questa impressione: a poco a poco si rendevano piú visibili le vaste dimensioni e rapporti di quel maestoso edifizio a' miei occhi: io mi perdeva in seria e dilettosa contemplazione. La campana dell'Ave rimbombava sopra di me, il suo squillo echeggiava dolcemente in quel volto, come nel mio animo. Alcuni altari avean da lungi eccitata la mia attenzione; m'avvicinai per considerarli; insensibilmente io avea percorso tutto quel fianco della chiesa fino all'estremità opposta. Quivi si salgono alcuni gradini, intorno ad un pilastro, che mettono ad una cappella laterale, dove sono altri piú piccioli altari e statue di santi entro le loro nicchie. Mentre io entro nella cappella a destra, sento a me vicino un dolce sussurro, come d'alcuno che parli sotto voce, mi volgo verso quel suono, e... due passi da me lungi mi si presenta agli occhi la figura di una giovane donna... No! Io non posso descriverla questa figura! Lo sbigottimento fu la mia prima sensazione che ben tosto diede luogo alla piú amabile sorpresa. - E questa figura, Altezza, sa ella poi di certo che fosse qualche cosa vivente, qualche cosa di reale, non già una semplice pittura, né un'idea della di lei fantasia? - Udite il resto... ella era una Dama... No! Io non avea mai sino a quel punto veduta una sua pari! Tutto era fosco all'intorno; per una sola finestra entrava la luce dello spirante giorno nella cappella, il sole non era piú in altro luogo che sopra quella figura. Con inesprimibile grazia era ella, mezzo genuflessa, mezzo giacente, in dolce abbandono davanti ad un altare... il piú ardito, il piú amabile, il piú profilato contorno unico ed inimitabile, il piú bel lineamento di natura. Nero era il suo abito, che attillato, d'intorno al piú leggiadro corpo, si stringeva sulle tornite sue elegantissime braccia ed in ondosi panneggiamenti come alla foggia spagnuola le si allargava al basso; le sue bionde e lunghe chiome, annodate in due larghe trecce che pel loro peso ricadenti e vaghe le uscivano dal velo, le passavano in grato disordine lungo gli omeri; una mano era stesa verso il Crocefisso e dolcemente inclinata ella si posava sull'altra. Ma dove troverò io parole atte a descrivervi il celeste suo volto, dove un'alma angelica, come sovra il suo trono, diffondeva tutta la pienezza delle sue attrattive! Il sol cadente vi scherzava sopra, e gli aurei suoi raggi sembravano cingerlo quasi d'una corona di gloria. Potete voi risovvenirvi della Madonna del nostro Fiorentino? Ella era tutta in lei, tutta sino alle sue qualità irregolari ch'io trovava in quell'immagine cosí attraenti, cosí irresistibili. La storia della Madonna di cui qui parla il Principe è come siegue: poco dopo la di lei partenza da Venezia egli fece qui conoscenza d'un pittore fiorentino ch'era stato chiamato a Venezia per dipingere il quadro d'un altare per una chiesa di cui ora non mi ricordo il nome. Egli avea portato seco tre altri quadri che avea destinati per la galleria del palazzo Cornaro. Questi quadri rappresentavano l'uno una Madonna, l'altro un'Eloisa ed il terzo una Venere quasi ignuda... tutti tre di stupenda bellezza, e di pregio cosí eguale l'uno all'altro ch'era quasi impossibile di decidersi per l'uno dei tre esclusivamente. Solo il Principe non rimase un istante indeciso: appena gli furono presentati, che la Madonna si attrasse tutta la sua attenzione: negli altri due fu da lui ammirato l'ingegno dell'artista, ma in questo obliò l'artista, e l'arte sua, unicamente occupato a bearsi nella vista di sí mirabil'opera: egli ne era straordinariamente commosso; egli non poteva quasi staccarsene. Il pittore, in cui ben si vedeva che nel suo cuore confermava il giudizio del Principe, ebbe il capriccio di non voler separare questi tre pezzi, e domandò di tutti la somma di 1500 zecchini. Il Principe gli offerse la metà per quello solo che piú gli piaceva; il pittore non volle recedere dalla sua condizione, e chi sa cosa seguíto sarebbe, se non si fosse trovato un altro compratore piú risoluto. Due ore dopo tutti i tre pezzi furono venduti: noi non li vedemmo piú. Ora il Principe si risovvenne del detto quadro. - Io dimorava - continuò egli - assorto a contemplarla. Ella non mi osservava; la mia venuta non la disturbò punto dalla sua divozione. Ella adorava la sua divinità, ed io adorava lei... sí, io l'adorava... tutte quelle immagini de' santi, quegli altari, quelle torce accese non mi aveano avvertito dove io era; in quel punto solamente io m'avvisai d'essere in un santuario. Ve lo confesserò io? In quell'istante io credei fermamente a quello che la sua bella mano toccava. Io leggeva persino la sua risposta ne' di lei occhi. Grazie alla sua divozione edificante! Essa me lo rendea reale... io la seguiva per tutti i suoi cieli. "Ella si levò, ed allora soltanto io rinvenni in me stesso. Con timida confusione io mi ritirai da un lato, e lo strepito ch'io feci mi scoperse a lei. L'inaspettata vicinanza d'un uomo dovea sorprenderla, la mia arditezza in appressarmele potea offenderla; né dell'una e dell'altra cosa io m'avvidi nello sguardo che a me rivolse. Placidezza, inesprimibile placidezza io vi scorsi, ed un benigno sorriso scherzava sulle sue gote. Ella discendea dal cielo ed io era la prima fortunata creatura che si presentava alla sua benevolenza. Ella era ancora sull'ultimo gradino della sua divota estasi, né ancor toccava la terra. "In un altro angolo della cappella udii pure un movimento. Era una dama piuttosto attempata che si levò da un inginocchiatoio ch'era dietro di me assai vicino. Io non l'avea sino allora osservata. Non essendo che pochi passi da me lontana, ella avea osservati tutti i miei movimenti. Ciò mi sconcertò... io abbassai gli occhi, ed elleno passarono oltre d'un passo rapido e leggiero. "Io le seguii cogli occhi per tutta la lunghezza della chiesa. Quel bellissimo corpo era ritto - che amabile maestà! che nobile portamento! ella piú non è l'essere di poco fa - nuove grazie - una comparsa affatto nuova. Elleno rallentarano il passo. Io le seguii da lontano timido, incerto se arrischiar mi dovessi a raggiungerle, o se non dovessi farlo. "Mi guarderà ella ancora?" dicea fra me stesso. "Mi ha ella guardato mentre passandomi da vicino, io tenea gli occhi bassi, non potendo alzarli sino a lei?" Oh quanto mi tormentava questo dubbio! "Elleno si fermano, ed io... non oso mover piede dal mio posto. La dama attempata, sua madre, o qual ch'ella si fosse, osserva il disordine ne' bei capegli, e si dà premura di riordinarli, dandole frattanto il parasole da tenere. Oh quanto disordine io desiderai in que' capegli, quanta inesperienza in quelle mani! "La toletta è fatta, e già s'avvicinano alla porta. Io affretto i miei passi... una metà dell'amabile figura si cela a' miei sguardi... poi l'altra metà... non rimane che l'ombra del suo abito sventolante indietro... È ita... No, ella ritorna. Un fiore le cade, ella si china a raccoglierlo... si guarda un'altra volta indietro... è a me?... Chi d'altro può ricercare il suo sguardo in quelle solitarie mura? Dunque io non le era piú un oggetto straniero. Ella ha lasciato indietro anche me come il suo fiore. Caro F***, io mi vergogno di dirvi quanto fanciullescamente interpretai quello sguardo che forse... non era pur mio!" Io crederei di potere su quest'ultimo punto rassicurare il Principe. - E cosa ben singolare - continuò il Principe dopo un profondo silenzio - si può egli dare che per un oggetto non mai prima veduto, né mai perduto, dopo alcuni momenti non si viva che per lui solo? Può un solo momento separar l'uomo in due esseri cosí differenti? Mi sarebbe ora altrettanto impossibile di ritornare alle allegrie ed ai desideri di ieri mattina, come ai giuochi della fanciullezza, dopo che io vidi quell'oggetto, dopo ch'egli regna in questo cuore, dopo ch'io provo in me questo possente e vivo sentimento. No, tu non puoi amare altro che questo, e null'altro al mondo avrà mai piú potere sopra di te. - Rifletta, Altezza, in quale stato d'irritabile sensibilità ella era allorquando fu sorpresa da questa apparizione, e quante cose concorsero ad elettrizzare la di lei immaginazione. Dalla chiara luce del giorno, dal calor della strada trasportato improvvisamente in quella tacita oscurità, tutto in preda alle sensazioni che, siccome confessa ella stessa, si eccitarono in lei dal silenzio e dalla maestà del luogo, dalla contemplazione di belle produzioni dell'arte reso piú suscettibile alle impressioni della bellezza - solo al tempo stesso, e solitario secondo la sua opinione - poi tutto ad un tratto - là vicino - sorpreso dalla figura di una fanciulla dove non credea avere altri testimoni... di una beltà, come io volentieri glielo accordo, che da un lume favorevole, da una positura felice, da una espressione di divoto fervore era vie piú accresciuta, cosa v'era di piú naturale che la di lei accesa fantasia si componesse qualche tipo ideale, qualche oggetto di sovrumana perfezione? - Può forse la fantasia dar qualche cosa che ella ricevuto non abbia? Ed in tutta l'estensione della mia immaginativa non v'è nulla ch'io possa paragonare con quella figura. Intera ed inalterabile, come nell'istante ch'io la vidi, ella stassi nella mia reminiscenza; io non ho altro che questa immagine... se voi mi offriste anche un mondo intero! - Altezza, questo è amore. - Dev'egli dunque necessariamente esistere un nome sotto del quale io trovi la mia felicità? Amore! Non avvilite il mio sentimento con un nome di cui mille anime volgari abusano! Chi altri mai ha sentito ciò ch'io sento? Una tal sensazione non era ancora esistente; e come può darsi il nome prima della cosa? Questo è un nuovo unico senso, nuovamente formato con questo nuovo unico essere, e per questo essere soltanto possibile! Amore! Dell'amore io mi stimo sicuro. - Ella ha spedito Biondello... senza dubbio per seguir le tracce della sua bella incognita, per prendere informazioni di essa? Quali notizie le ha riportato? - Biondello non ha scoperto nulla... o tanto come quasi nulla. Egli la ritrovò ancora alla porta del tempio. Un uomo provetto, decentemente vestito, che avea piuttosto l'apparenza d'uno di questi cittadini che d'un domestico, si presentò per accompagnarla alla gondola. Al di lei passaggio una quantità di poveri si schierarono in fila, e ne partirono con faccia molto contenta. In tale occasione, disse Biondello, fu veduta una mano, ove brillavano alcune gemme preziose. Ella disse non so quali parole alla signora che l'accompagnava, che Biondello non poté capire; egli sostiene che fossero in greco. Avendo elleno a fare un assai lungo tratto di strada sino al canale, cominciava già a radunarsi qualche numero di gente: la singolarità del suo aspetto faceva soffermar su' due piedi chiunque passava. Niuno la conosceva, ma la bellezza ha impero su tutti i cuori. Ognuno le faceva largo in segno di rispetto. Essa lasciò cadere un velo nero sul volto che le coperse la metà dell'abito, e montò prestamente in gondola. Lungo tutto il canale della Giudecca Biondello tenne di vista il naviglio, ma la folla gl'impedí di seguirlo piú oltre. - Ma ha egli rimarcato chi fosse il gondoliere onde almeno poter riconoscere il medesimo? - Quanto al gondoliere, egli s'impegna di ritrovarlo; ma non è di quelli di sua conoscenza. I poveri ch'egli ha interrogato, non poterono dargli altro ragguaglio, se non che la Signora già da alcune settimane si lascia qui vedere, e sempre in domenica, distribuendo loro ogni volta uno zecchino d'elemosina. Era questo infatti uno zecchino d'Olanda ch'egli ha cambiato, e me lo ha recato. - Una Greca dunque, e di rango, a quel che pare, od almeno ricca, e benefica! Ciò sarebbe per ora abbastanza, Altezza... abbastanza, e forse troppo! Ma una Greca ed in una chiesa cattolica! - Perché no? Ella può aver lasciata la sua religione... D'altronde... v'è tuttora qualche cosa di misterioso... Perché solamente una volta la settimana? Perché solamente la domenica in questa chiesa, che, per quanto mi dice Biondello non è solitamente frequentata in tal giorno? Al piú tardi la domenica prossima lo deciderà. Ma sino a quel giorno, caro amico, aiutatemi a passare questo gran vacuo di tempo! Ma invano! I giorni e le ore passano col loro lento passo, mentre il mio desiderio ha le ali! - E venuto che sia quel giorno... che sarà, Altezza? Cosa seguirà allora? - Cosa seguirà?... Io la vedrò. Io m'informerò della sua abitazione. Io saprò chi ella è... Chi ella è?... Che deve importarmi di questo? Ciò ch'io vidi mi ha reso felice; dunque io già so tutto quello che mi può rendere felice! - E la nostra partenza da Venezia, che è fissata pel principio del mese venturo? - Poteva io prevedere che Venezia racchiudesse per me anche un simile tesoro?... Voi mi dimandate della mia vita passata. Io vi dico che solamente da oggi in avanti sento, e sentir voglio l'esser mio. Ora credei aver trovata l'occasione di mantener la parola al Marchese. Io feci comprendere al Principe che il suo piú lungo soggiorno in Venezia era incompatibile col debole stato delle sue finanze, e che, nel caso ch'egli differisse la sua dimora oltre il termine fissato, non vi sarebbe da contar molto sull'appoggio della sua corte. In questa occasione io seppi ciò che era stato sinora un arcano, cioè che da sua sorella la regnante *** di *** esclusivamente agli altri suoi fratelli, e segretamente gli vengono fatti de' considerabili sborsi che ella è pronta a raddoppiare, al caso che la sua corte lo lasciasse allo scoperto. Questa sorella che, come ella sa, è una pia visionaria, crede non poter meglio destinare i grandi risparmi ch'ella fa in una corte assai limitata, che ad un fratello di cui le è nota la saggia beneficenza, e ch'ella venera con entusiasmo. Io sapeva già da gran tempo, a dir vero, che fra essi regna un'assai stretta aderenza, e che ha luogo un frequente carteggio; ma siccome la spesa sinora fatta dal Principe poteva bastevolmente erogarsi dalle note fonti, io non mi ero immaginato questa incognita risorsa. Egli è quindi evidente che il Principe ha avute delle spese che mi erano ascose, e me lo sono tuttavia; e s'io deggio arguire dal rimanente che forma il suo carattere, queste spese certamente non possono essere che tali da fargli onore. Ed io ho potuto immaginarmi d'averlo conosciuto a fondo?... Tanto meno io credei, dopo tale scoperta, dover avere difficoltà a manifestargli l'offerta del Marchese, che con mio non lieve stupore venne, senza la minima difficoltà, accettata. Egli mi diede la facoltà di aggiustar questo affare col Marchese nel modo che avrei stimato il piú convenevole, e poi di tosto rescindere il contratto coll'usuraio. Si dovrà poi subito ragguagliare di tutto la di lui sorella. Era già giorno allorché ci separammo. Comunque disaggradevole mi sia, ed esser mi debba per piú ragioni quest'accidente, la cosa piú disgustosa di tutte si è che minaccia di prolungare il nostro soggiorno in Venezia. Da questa nascente passione io attendo piuttosto bene che male. Ella è forse il mezzo piú forte per ricondurre il Principe dalle sue visioni metafisiche all'ordinario stato di umanità; ella avrà, siccome io spero, l'ordinaria crisi, e come un'artifiziosa opposta malattia, ella distruggerà anche l'antica: "Come d'asse si trae chiodo con chiodo" giusta quel celebre poeta. Addio, amico del cuore. Io le ho scritto sul fatto tutta la presente. La posta parte immediatamente; ella riceverà questa lettera e la precedente con lo stesso ordinario. LETTERA VI Il Barone di F*** al Conte d'O*** Luglio... Questo Civitella è pur l'uomo piú obbligante del mondo. Il Principe aveami ultimamente appena lasciato, che già era comparso un biglietto del Marchese, in cui mi si raccomandava l'affare colla massima premura. Io gli mandai tosto a nome del Principe una scrittura d'obbligo per 6000 zecchini: in meno di mezz'ora fu rimandata indietro con una somma del doppio maggiore, parte in cambiali, parte in contanti. A questa duplicazione del prestito acconsentí finalmente il Principe; ma con la condizione di accettar l'obbligo pagabile fra sei settimane. Tutta questa settimana si passò in ricerche per iscoprire la bella Greca incognita. Biondello mise il suo ingegno e la sua industria alla tortura, ma sino ad ora sempre in vano. Egli ha ritrovato bensí il gondoliere, ma da questo non si poté saper altro, se non che egli avea posto a terra le due dame all'isola di Murano, dove due lettiche le aspettavano, nelle quali montarono. Egli le supponeva Inglesi, perché parlavano una lingua straniera, e l'aveano pagato in oro. Anche il loro condottiere era lui ignoto; disse però che gli sembrava un fabbricatore di cristalli di Murano. Cosí rilevammo almeno che non dovevamo cercarle alla Giudecca, e che, secondo tutte le apparenze, la loro abitazione esser dovea nell'isola di Murano; ma la disgrazia era che la descrizione che il Principe faceva di quell'incognita non valeva assolutamente nulla per farla conoscere ad una terza persona. L'appassionata attenzione colla quale egli avea, per cosí dire, assorbita la di lei immagine, gli avea impedito di vederla. Per tutto quello cui gli altri uomini avrebbono principalmente diretta la loro attenzione, egli era stato affatto cieco; udendo la di lui descrizione, si sarebbe tentato di rinvenirla piuttosto nell'Ariosto o nel Tasso, che sopra un'isola di Venezia. Inoltre era d'uopo far tale ricerca colla massima precauzione, onde non eccitare alcun rumore scandaloso. Siccome Biondello era il solo, dopo il Principe, che l'avea veduta almeno traverso il velo, e che la potea riconoscere, egli procurò dunque di trovarsi in tutti quei luoghi, ed in quelle ore ove sospettar si potea ch'ella sarebbe: la vita di quel pover'uomo non fu altro in tutta quella settimana che un continuo correre per tutte le strade di Venezia. Nella chiesa greca principalmente non fu risparmiata la piú minuta ricerca, ma il tutto con egual cattivo successo; ed il Principe, la cui impazienza cresceva ad ogni delusa aspettativa, dovette pure accontentarsi di aspettare sino a domenica prossima. La sua inquietudine era estrema. Niente lo distraeva, niente fissava la sua attenzione. Tutto il suo essere era in movimento convulsivo; egli era perduto per la società di qualunque genere ella si fosse, ed il male cresceva nella solitudine. Per sua maggiore sventura egli non si era mai trovato tanto assediato dalle visite come in quella settimana. La sua vicina partenza era annunziata; tutti si affollavano per tal motivo. Era d'uopo occupare cotali persone per isviare da lui la loro sospettosa attenzione; era mestieri occupar lui medesimo per procurar distrazione al suo spirito. In questo imbarazzo Civitella si avvisò di ricorrere all'espediente del giuoco, e per tener lontano almeno la moltitudine, propose di far giuoco grosso. Nel tempo stesso egli sperava di destar nel Principe un'inclinazione passeggiera pel giuoco che soffocar dovesse nel suo nascer quella romanzesca passione, e che si potrebbe poi sempre a lui togliere in progresso di tempo. - Le carte - disse Civitella - mi hanno preservato da molte pazzie ch'io era in procinto di commettere, ed hanno rimediato a molte ch'io già commesse avea. La tranquillità, la ragione, che due begli occhi mi aveano fatto perdere, le ho spesso ricuperate ad un tavoliere di faraone, e le donne non ebbero mai tanta forza sopra di me, che quando mi mancava il contante per giuocare. Io non entrerò qui a discutere quanta ragione avesse Civitella di cosí pensare, ma il ripiego che si era studiato cominciò ben tosto a divenir piú pericoloso del male cui si cercava di rimediare. Il Principe, al quale il giuoco non sapea dare qualche lieve interesse che coll'azzardar grosse somme, non trovò piú alcun limite in esso. Egli era ormai fuori del suo centro. Tutto ciò ch'egli faceva, prendeva un aspetto di passione disordinata; tutto seguiva coll'impetuosa impazienza che lo dominava al presente. Ella non ignora la di lui indifferenza pel danaro; qui ella divenne una totale insensibilità. Le monete d'oro colavano come goccie d'acqua dalle sue mani. Egli perdeva quasi incessantemente, perché giuocava senza la minima riflessione. Egli perdé somme immense, perché arrischiava da giuocator disperato. Caro 0***, io lo scrivo con palpitazione di cuore: in quattro giorni i dodici mila zecchini erano perduti... ed anche qualche cosa di piú sulla parola. Deh, non mi faccia rimproveri. Abbastanza io mi accuso da me stesso. Ma poteva io impedirlo? mi dava ascolto il Principe? Poteva io far altro che delle rimostranze? Io feci quanto potei. Io non posso ritrovarmi colpevole. Anche Civitella fece considerabili perdite: io guadagnai circa seicento zecchini. La disdetta senza esempio del Principe faceva sensazione e strepito; tanto meno poteva egli in tal circostanza lasciare il giuoco. Civitella, cui si legge in volto la gioia di poterlo compiacere, gli ha tosto esborsato un'altra somma. Il male è rimediato; ma il Principe è debitore al Marchese di ventiquattro mila zecchini. Oh, con quale impazienza attendo il frutto de' risparmi della buona sorella del Principe! son forse tutti cosí i Principi, caro amico? Il Principe si contiene non altrimenti che se avesse fatto un grande onore al Marchese, e questi... sostiene almeno assai bene la sua parte. Civitella cercava di tranquillarmi col dirmi che questo eccesso appunto, questa straordinaria disdetta era il mezzo piú efficace di ricondurre il Principe alla ragione. Ch'egli non avea alcun bisogno di danaro; che non era punto incomodato da questo sborso, e che era pronto a dare al Principe ancora il triplo di piú al primo cenno che gliene avesse fatto. Anche il Cardinale mi assicurò che l'animo di suo nipote è sincero, e ch'egli stesso è pronto a garantire per esso. Il peggio si è che tali enormi sagrifici non hanno prodotto l'effetto bramato. Si dovrebbe pensare che il Principe avesse almeno giuocato con piacere. Nulla è men vero. I suoi pensieri n'erano lontanissimi, e la passione che noi volevamo sopprimere, sembrava prendere novello vigore dalla sua sfortuna nel giuoco. Quando seguir doveva un colpo decisivo, ed ognuno nella piú grande aspettativa si affollava d'intorno al suo tavoliere, i suoi occhi cercavano Biondello per indovinare dal di lui volto la novità che forse dovea recargli. Ma Biondello non recava mai nulla... e la carta perdeva sempre. Il danaro poi andava in mani penuriose assai. Alcune Eccellenze che, al dire de' satirici, portano il loro pasto frugale dal mercato a casa essi medesimi nella loro berretta senatoria, venivano nella nostra casa come questuanti, e ne uscivano benestanti. Civitella me li additava. - Vede - diceva egli - a quanti poveri diavoli torna bene che ad una testa saggia venga talento di non essere eguale a se stessa! Questo mi piace davvero. Questo è principesco e reale! Un uomo grande deve anche ne' suoi traviamenti far de' felici, e, come un torrente uscito dall'alveo, fecondare le vicine campagne. Civitella pensa altamente, e nobilmente... ma il Principe gli è debitore di ventiquattro mila zecchini! La tanto sospirata domenica venne finalmente, e nulla poté distogliere il mio Signore dal ritrovarsi subito dopo mezzogiorno nella chiesa di ***. Egli prese posto in quella stessa cappella dove avea per la prima volta veduta la sua incognita, in modo però da non essere tosto da lei veduto. Biondello avea ordine di star di guardia alla porta della chiesa, e di legare colà amicizia col servente della dama. Io mi ero assunto, come passeggiero non sospetto, di prender posto al ritorno nella stessa gondola per seguir piú oltre le tracce dell'incognita in caso che tutto il resto andasse male. Nello stesso luogo, ove, al dir del gondoliere, ella si era fatta mettere a terra la prima volta, furono noleggiate due lettiche; per sopra piú il Principe comandò che in una gondola separata le andasse dietro il gentiluomo di camera de Z***. Il Principe stesso non si riservò che di contemplare appieno il di lei viso, e se gli riusciva opportuno di tentare la sua sorte in chiesa. Civitella non intervenne punto, atteso il troppo cattivo nome che ha presso il bel sesso in Venezia, ed a fine di non inspirare col suo intervento qualche diffidenza alla dama. Ella vede, caro Conte, che non dovea ascriversi a colpa del nostro antivedimento, né de' nostri preparativi se la bella incognita ci sfuggí. Giammai non furono fatti in alcun tempio de' piú fervidi voti che in questo, né giammai furono piú crudelmente delusi. Il Principe vi dimorò costante sino al tramontar del sole, venendo sempre ravvivata ed eccitata la sua speranza ed aspettativa da ogni rumore che si avvicinasse alla cappella, e da ogni cigolío delle porte della chiesa... sette ore intere... né mai comparve la Greca. Io non le dirò nulla del suo mal umore. Ella sa cosa vuol dire una speranza delusa ed una speranza di cui si era pasciuto quasi unicamente per sette giorni e sette notti. LETTERA VII Il Barone di F*** al Conte d'O*** Luglio... La misteriosa Incognita del Principe fece ricordare al Marchese di Civitella una romanzesca apparizione occorsa a lui medesimo già da qualche tempo, e per procurare qualche distrazione al Principe, egli si mostrò pronto a comunicarcela. Io gliela narrerò colle sue proprie parole. Ma la vivezza di spirito colla quale egli sa animare tutto ciò che esprime, sarà certamente mancante alla mia narrazione. - La primavera passata - cosí parlò Civitella - io ebbi la mala sorte d'irritare contro di me l'Ambasciatore di Spagna, il quale nell'anno settantesimo dell'età sua avea fatta la pazzia di volere sposare per sé solo una Romana, giovane di diciotto anni. La sua vendetta mi perseguiva, ed i miei amici mi consigliarono di sottrarmi agli effetti di essa con una pronta fuga, sinché o la mano della natura, od un amichevole aggiustamento mi liberasse da questo pericoloso nemico. Ma siccome mi riusciva grave di troppo l'assentarmi affatto da Venezia, io stabilii la mia dimora in un quartiere remoto di Murano dove sotto nome straniero abitavo una casa solitaria: durante il giorno io me ne stavo nascosto, e la notte vivevo co' miei amici e fra i divertimenti. "Le mie Finestre guardavano sopra un giardino, che dalla parte di ponente era attiguo al recinto d'un chiostro, ma a levante, come una picciola penisola, sporgeva in una laguna. Il giardino era nella piú amena situazione, ma poco frequentato. Alla mattina quando gli amici mi lasciavano, io era solito, prima di coricarmi, di passare ancora alcuni minuti alla finestra per vedere il sole a levarsi sopra il golfo, e poi dargli la buona notte. S'ella non si è ancora preso questo divertimento, Altezza, io le raccomando quella situazione, che è forse la migliore in tutta Venezia per godere di questo magnifico spettacolo. Una notte purpurea sta sopra il mar profondo, ed un fumo color d'oro lo annunzia da lungi a margine della laguna. Il cielo ed il mare sembrano in tranquilla aspettativa. In due attimi eccolo apparire in tutta la sua pienezza, e tutte le onde vengono come di fuoco: spettacolo veramente incantatore! "Una mattina, mentre al solito io mi abbandono al piacere di questa veduta, scuopro tutto ad un tratto di non esserne il solo spettatore. Parmi di udir voci umane nel giardino, e volgendomi verso la parte d'onde venivano, scuopro una gondola che approda dalla parte dell'acqua. Pochi minuti dopo veggo comparir gente in giardino, e con lenti passi, come di chi passeggia per diporto, andarsene pel viale. Io li riconosco per un uomo ed una donna, seguiti da un picciol Moro. La donna è vestita di bianco, ed un diamante le brilla in dito, il fosco della notte che appena cominciava a diradarsi, non mi lascia vedere di piú. "La mia curiosità si desta. Questo è sicuramente un rendez-vous, ed una coppia di amanti fortunati... ma in questo luogo, ed in un'ora cotanto insolita! - poiché erano appena le tre della mattina, e tutto era ancora avvolto nella fosca ombra del nascente crepuscolo. L'accidente mi sembrò nuovo, e fatto per figurare in un romanzo. Io volli aspettarne la fine. "Io li perdei ben tosto di vista tra i pergolati del giardino, e tarderanno molto a ricomparire. Un soave canto fa risuonar frattanto tutto il paese d'intorno. Veniva dal gondoliere, che in questa maniera abbreviava il tempo che aspettar dovea nella sua gondola, ed al quale veniva risposto da un suo camerata in quelle vicinanze. Il soggetto del loro canto era la Gerusalemme Liberata del Tasso, il tempo ed il luogo armonizzavan con essi, e la melodia echeggiava soavemente in quell'alto silenzio. "Frattanto era spuntato il giorno, e gli oggetti si distinguevano piú chiaramente. Io cerco la mia coppia. L'uno e l'altra tenendosi per mano passeggiano per un ampio viale in lontano, e spesso si fermano, ma le loro spalle sono a me rivolte, ed il viale gli allontana sempre piú dalla mia abitazione. La nobile leggiadria del di lei portamento mi fa argomentare ch'ella è di alta condizione, ed un corpo snello e ben fatto come quello d'una ninfa mi fa presumere in lei un'angelica bellezza. Essi parlavano poco, per quanto mi parve, ma la dama assai piú del suo servente. Essi non sembravano prender alcun piacere al vago spettacolo del levarsi del sole che già spandeva i suoi dorati raggi tutto all'intorno d'essi. "Mentre io vado a prendere il mio cannocchiale e lo adatto per avvicinare a me quanto era possibile quel singolare fenomeno, spariscono di repente per un sentiero laterale, e passa gran tempo avanti ch'io li rivegga. Il sole è di già alto, essi compariscono assai da vicino e dirimpetto alla mia vista. Qual figura celeste io ravviso! Era questo un giuoco della mia immaginazione, o la magia del lume? Io credei di vedere una creatura sovrumana, e la mia pupilla non potea reggere abbarbagliata da tanto splendore. Qual misto di gentilezza e di maestà! Quale spirito e nobiltà nella piú florida giovinezza!... In vano io mi sforzo di descriverla. Io non avea mai conosciuto vera bellezza prima di quell'istante. "Il calore del discorso li trattiene poco da me lungi, e con ciò mi danno tutto il comodo di vagheggiare un sí amabil sembiante. Ma appena i miei sguardi portaronsi sul di lei servente, che quella sua mirabil bellezza medesima non ebbe piú forza di staccarneli. Egli mi sembrò un uomo nel fiore dell'età sua, alquanto scarno e di nobile alta statura; ma da niun'altra umana fronte mi trasparí mai tanto spirito, tanta elevatezza, tanta sublimità d'idee; io stesso, sebben sicuro di non essere scoperto, non potea sostenere il suo sguardo penetrante che dalle arcate ed oscure sue ciglia qual lampo ne scintillava. D'intorno a' suoi occhi regnava una placida e commovente melanconia, ed un tratto caratteristico di benevolenza d'intorno alle sue labbra temprava la serietà cupa che adombrava tutto il suo volto. Ma una cert'aria di volto, che non era europea, unita ad un abito ch'era come una imitazione la piú ardita e felice delle piú diverse fogge, ma con un gusto inimitabile, gli davano non so quale aspetto singolare che non poco aumentava la straordinaria impressione prodotta da tutto il suo essere. Non so che di errante nel suo sguardo potea far sospettare in lui un fanatico, ma gli atti, i gesti, e l'esteriore annunziavano un uomo perfezionato dall'uso del mondo." Z*** che, come ella sa, non può nulla tacere di tutto quello che pensa, qui non poté piú trattenersi. - Il nostro Armeno! - egli gridò. - Tutto il nostro Armeno e nessun altro! - Che Armeno, se è lecito il saperlo? - disse Civitella. - Non le hanno ancor raccontata la farsa? - disse il Principe. - Ma non interrompiamo il discorso. Il suo eroe comincia ad interessarmi. Continui la di lei narrazione. - Qualche cosa d'incomprensibile regnava nel suo contegno. I suoi sguardi significanti ed appassionati si slanciavano sopra di lei, quando ella guardava altrove, ma cadevano al suolo quando s'incontravano ne' suoi. È egli astratto di mente quest'uomo? pensavo io tra me stesso. Io starei qui sempre a rimirarlo. "Le frondi degli alberi li celavano talvolta alla mia vista. Io aspettavo assai per vederli ricomparire, ma invano. Da un'altra finestra finalmente io tornai a scoprirli. "Eglino stavano dinanzi ad una vasca, un poco distanti l'una dall'altro, ambi in perfetto silenzio come estatici. Forse eran essi già da qualche tempo in questa situazione. I di lei occhi grandi e pieni d'anima stavano fissi sopra di lui come per iscandagliar l'intimo del suo cuore, e sembravano rapire dalla sua fronte ogni nascente pensiero. Egli, come se non si sentisse coraggio abbastanza di riceverla originalmente, cercava furtivamente la di lei immagine nello specchio dell'onda, o guardava immobile il delfino da cui zampillava l'acqua nella vasca. Chi sa sin quando durata sarebbe ancora questa scena muta, se la dama l'avesse potuta sopportare? Con la piú amabile piacevolezza andò quella leggiadrissima giovane donna verso di lui, e passandogli un braccio al collo, prese una delle sue mani, e se la appressò alle labbra. Quell'uomo freddo la lasciò fare tranquillamente, e non corrispose alle sue carezze. "Ma in questa scena v'era per me qualcosa di commovente. L'uomo era quello che mi commoveva. Un violento affetto sembrava covare nel suo senso, una forza irresistibile pareva trascinarlo verso di lei, ma un braccio invisibile strapparnelo indietro. Tacito, ma doloroso era questo combattimento, ed il pericolo di succumbere non mi era mai parso sí bello. No, io dicea a me stesso; egli intraprende troppo. Egli soccomberà, egli lo deve inevitabilmente. "Ad un suo cenno segreto sparisce il picciolo Moro. Io attendo adesso una scena sentimentale, una preghiera a mani giunte, a ginocchia piegate, una pace suggellata da mille ardenti baci. Nulla di tutto questo. L'uomo incomprensibile prende dal portafogli un plico suggellato, e lo dà nelle mani della donna. La tristezza le cuopre il volto al vederlo, e le lagrime le spuntano dagli occhi. "Dopo un breve silenzio rompono il sigillo. Frattanto da un sentiero obbliquo s'avanza verso di loro una dama attempata, che in tutto quel tempo era stata lontana, e ch'io allora scopersi per la prima volta. Eglino s'allontanano poi a lento passo, discorrendo le due dame insieme, mentre l'altro coglie l'occasione di rimaner dietro di loro inosservato: irresoluto, e con lo sguardo fisso sopra di lei s'arresta, muove il passo, di nuovo s'arresta. Tutto ad un tratto s'eclissa tra i boschetti. "Quelle che lo precedono, rivolgonsi alfine indietro; sembrano inquiete di non piú vederlo, si fermano tacite forse ad aspettarlo. Ei non viene. I loro passi si raddoppiano. I miei occhi le aiutano a ricercarlo per tutto il giardino. Non si vede. Non si trova in niun luogo. "D'improvviso odo qualche strepito nel canale, ed una gondola si stacca dal lido. Egli è desso, e con pena mi rattengo dall'avvertirnela con grida. Ora la cosa è chiara: questo è stato un abboccamento di congedo. "Ella sembrava presagire ciò ch'io di già sapeva. Con passi sí veloci che l'altra non potea seguirla, ella corre al lido. È troppo tardi. Lieve come saetta vola per l'onde la gondola, ed un pannolino bianco vedesi sventolare ancora da lungi. Poco dopo io osservo traghettare anche le due dame. "Allo svegliarmi da un lieve sonno non potei a meno di ridere della mia illusione. La mia fantasia avea proseguito in sogno questo avvenimento, e quindi la verità stessa mi diveniva come un sogno. Una vaga donzella, vezzosa come una Hourí, che prima dello spuntar del giorno in remoto giardino passeggia sotto la mia finestra col suo amante; un amante che non sa fare miglior uso di sí bella occasione, ciò mi sembrava un soggetto da non potersi azzardare e giustificare se non dalla fantasia d'uno che dorme. Ma il sonno era stato troppo bello, per non rinnovarlo quanto piú spesso era possibile, ed anche il giardino erami divenuto piú caro dopo che la mia fantasia avealo arricchito di sí vaghi oggetti. Alcune giornate poco belle che seguirono a quella mattina, mi tennero lontano dalla finestra; ma la prima sera serena mi vi trasse involontariamente. Giudicate della mia sorpresa allorché dopo breve girare di sguardi mi si presentò di nuovo alla vista l'abito bianco della mia incognita. Era quella stessa. Non era questo un semplice sogno. "Seco lei eravi quella stessa matrona la quale conducea seco un picciolo fanciullo; ella però andava in sé raccolta e da un lato obbliquo. Ella visitava tutti i luoghi che le erano divenuti memorabili per la presenza del suo amante. Ella si fermò sopra tutto alla vasca, e le immobili sue pupille sembravano ricercare invano in quell'onda l'adorata immagine di esso. "Se quella rara bellezza mi avea la prima volta rapito, questa volta ella fece sopra di me una piú dolce, ma non meno forte impressione. Io era adesso in piena libertà di contemplare quel celeste viso; lo stupore del primo sguardo diede insensibilmente luogo ad una dolce sensazione. Lo splendore abbagliante sparisce, ed io non veggo piú in lei che la piú bella di tutte le donne che infiamma tutti i miei sensi. In questo istante io ho deciso. Ella deve esser mia. "Mentre io sto riflettendo tra me stesso se deggia discendere ed avvicinarmela, o se prima di tentar questo passo debba procurarmi informazioni della medesima, s'apre una porticella nel muro del chiostro, e n'esce un Frate Carmelitano. Allo strepitio ch'egli fa la Dama lascia il suo posto, e con frettolosi passi le si avvia all'incontro. Egli cava una lettera dal seno ch'ella prende avidamente, ed una gioia viva sembra spargersi tosto sul di lei volto. "In quel punto medesimo le mie solite visite della sera mi costringono a staccarmi dalla finestra. Io cerco di liberarmene al piú presto, perché son geloso di questa mia nuova conquista. Per un'ora intera deggio soffrire la piú penosa impazienza, sinché mi riesce alfine di congedare quegli importuni. Corro di nuovo alla finestra, ma tutto è sparito! "Il giardino è affatto vôto mentre io discendo in esso: non v'è piú alcun naviglio nel canale. In niun luogo osservo umano vestigio. Non so né da qual parte ella venne, né per qual parte ella sia partita. Mentre io volgo gli occhi qua e là da tutte le parti, scorgo non so che di bianco da lontano sulla sabbia. Corro a quella parte, e veggo una carta piegata in forma di lettera. Che altro ciò esser poteva se non la lettera che il Carmelitano aveale recata? "Che bel trovato!" io esclamai! questa lettera mi scuoprirà tutto il segreto, e mi renderà l'arbitro del suo destino!" "La lettera era suggellata con una sfinge, senza soprascritta, e stesa in cifra; ciò però non mi sgomentò poiché non m'è ignota l'arte di dicifrare. La trascrivo speditamente, poiché era da aspettarsi che bentosto ella s'avvederebbe d'averla perduta, e che tornata sarebbe a ricercarla. S'ella non la ritrovava ancora, ciò le avrebbe servito di prova che il giardino era frequentato da persone, e questa scoperta avrebbe facilmente potuto allontanarnela per sempre. Che mai potea accader di peggio per le mie crescenti speranze? "Ciò, ch'io avea sospettato, seguí. Io avea appena terminata la mia copia, ch'ella ricomparve con la sua solita scorta, ed entrambe si diedero a ricercare affannosamente. Io raccomando la lettera ad una scheggia d'ardesia, che stacco dal tetto, e la lascio cadere in un luogo dove ella deve passare. Il suo trasporto di gioia al ritrovarla mi ricompensa della mia generosità. Con acuto sguardo indagatore la rimirò essa da tutte le bande, come per ispiare la mano profana che forse toccata l'avea; ma l'aria soddisfatta con la quale ella se la ripose in seno, mi dimostrò ch'ella non avea concepito verun sospetto. Ella partí, ed uno sguardo lasciato ancora da' suoi occhi sembrò prendere un riconoscente congedo dalle deità tutelari del giardino per aver sí fedelmente serbato il segreto del di lei cuore. "Quindi io m'affrettai a dicifrare la lettera. Ne feci la prova con diverse lingue; finalmente mi riuscí coll'Inglese. Il suo tenore mi parve sí interessante, che ne ho conservata la memoria." Vengo interrotto. Ne darò il seguito un'altra volta. LETTERA VIII Il Barone di F*** al Conte d'O* * * Agosto... No, caro amico, ella fa ingiustizia a Biondello. Davvero ella nutre un falso sospetto. Io le abbandono tutti gli Italiani, ma questo è un onest'uomo. Ella trova singolare, che un uomo di sí rari talenti, e d'una condotta sí esemplare, si avvilisca a servire, qualora non vi avesse delle mire segrete; e da ciò ne deduce la conseguenza, che tali mire devon essere sospette. Come? È ella poi una cosa cotanto nuova, che un uomo di talento e di merito cerchi d'acquistarsi la grazia d'un Principe che può fare la sua sorte? È ella cosa disdicevole il servirlo? Non lascia Biondello chiaramente scorgere, che il suo attaccamento al Principe è personale? Egli ha bensí confessato d'aver nel cuore una grazia da chiedere. Questa grazia ci svelerà senza dubbio tutto il mistero. Egli può avere delle mire segrete; ma non possono queste essere innocenti? Le reca stupore che questo Biondello ne' primi mesi, cioè, quando ella ci onorava ancora della sua presenza, abbia tenuto nascosti tutti i grandi talenti ch'egli mette ora alla luce, e che non abbia mai cercato in modo alcuno di meritarsi la nostra attenzione. Questo è vero; ma dove avrebb'egli allora trovata l'occasione di distinguersi? Il Principe non avea ancora bisogno di lui, e quanto agli altri suoi talenti era il caso che ce li dovea scoprire. Ma egli ci ha dato recentemente una prova del suo attaccamento e probità che deve trionfare di tutti i di lei dubbi. Vengono osservati gli andamenti del Principe. Si cercano segrete informazioni della sua maniera di vivere, delle sue amicizie ed aderenze. Non so chi abbia tale curiosità. Ma ella mi presti attenzione. V'è qui in S. Giorgio una casa pubblica dove suole spesso bazzicare Biondello. Non so s'egli vi abbia qualche amoretto. Giorni sono egli era colà; e vi ritrovò una società di Avvocati ed ufficiali del governo, gente di buon umore, e di sua conoscenza. Essi fanno le viste di maravigliarsi e di rallegrarsi di rivederlo. Si rinnova l'antica conoscenza, ognuno racconta le proprie avventure sino a quell'epoca; Biondello deve fare altrettanto. Egli lo fa in poche parole. Gli si fanno delle congratulazioni sul suo stabilimento, si è di già udito parlare della splendida maniera di vivere del Principe di ***, della sua liberalità principalmente verso le persone che sanno custodire un segreto; la sua aderenza col Cardinale A*** è nota a tutto il mondo; egli ama il giuoco, ecc. Biondello s'insospettisce; si scherza seco lui perché voglia farla da misterioso, gli si dice che già si sa esser egli l'incaricato di affari del Principe di ***, i due Avvocati lo prendono in mezzo; si vôtano molte bottiglie di seguito, si vuole sforzarlo a bere; egli se ne scusa, dicendo che non ama il vino; beve però per fingere di ubbriacarsi. - Sí - disse finalmente uno degli Avvocati. - Biondello sa il suo mestiere, ma egli non lo possiede ancora a fondo, non è che alla metà. - Che mi manca ancora? - dimandò Biondello. - Egli sa l'arte - disse l'altro - di serbare un segreto, ma non sa ancora l'altra di darlo via con vantaggio. - Vi sarebbe per avventura qualche compratore? - disse Biondello. Tutte le altre persone si ritirarono allora fuori della camera, ed egli rimase solo coi suoi due esploratori, i quali cominciarono a parlare liberamente. In poche parole si trattava di procurar loro degli schiarimenti sopra la corrispondenza del Principe col Cardinale e con suo nipote, di svelar loro la fonte d'onde scorreva al Principe il contante e di mettere nelle loro mani le lettere che venivano scritte al Conte d'O***. Biondello li rimise ad un'altra volta; ma non poté cavar da loro chi li avesse mandati. Volendo argomentare dalle brillanti offerte che gli vennero fatte, l'indagine dovea venire da un uomo assai ricco. Ieri sera egli scoperse al mio Signore tutto l'occorrente. Questi voleva a dirittura far imprigionare costoro che faceano da mediatori; ma Biondello fece delle opposizioni. Disse, che alla fin fine si sarebbe dovuto lasciarli in libertà, ed allora avrebbe perduto tutto il suo credito presso quella classe di gente, e forse posta in pericolo la sua vita. Che tutta questa gente sono strettamente uniti fra loro, e tutti corrono alla difesa di uno solo; ch'egli vorrebbe piuttosto avere per nemico il supremo Consiglio di Venezia, che essere diffamato fra loro come un traditore; e che non potrebbe piú essere utile nemmeno al Principe quando perduta avesse la confidenza di questa gente. Noi siamo andati fantasticando da chi mai potesse procedere questo passo. Chi è mai in Venezia quello cui possa premere di sapere l'entrata e l'uscita del mio Signore, né le sue aderenze col Cardinale A***, né finalmente ciò che a lei scrivo? Sarebbe per avventura qualche delegato del Principe di ***? oppure l'Armeno, che medita qualche nuova impresa? LETTERA IX Il Barone di F*** al Conte d'O*** Agosto... Il Principe è immerso in un mare di voluttà e di amore. Egli ha ritrovata alfine la sua Greca. Eccole la serie del fatto. Un forestiere venuto da Chioggia, e che decantava molto la bella situazione di quella città sul golfo, eccitò nel Principe la curiosità di vederla. Ieri ebbe luogo questo divertimento, e per evitare ogni soggezione e dispendio non volle altri che Z***, e me con Biondello, rimanendo il mio Signore come incognito. Trovammo un naviglio diretto a quella volta, e vi prendemmo posto. La compagnia era assai mescolata, ma insignificante, ed il viaggio non presentò nulla di rimarcabile. Chioggia è fabbricata sopra palafitte come Venezia, e conta circa quarantamila abitanti. Vi si trova poca nobiltà, ma in vece s'incontra ad ogni passo qualche pescatore, o marinaio. Chi porta parrucca, o mantello si chiama ricco. La berretta ed il collare sono la divisa del povero. La situazione della città è bella, ma per trovarla tale bisogna non aver veduto Venezia. Noi non vi ci trattenemmo lungo tempo. Il padrone del naviglio, che avea ancora molti passeggieri, doveva restituirsi per tempo a Venezia, e nulla invitava il Principe a rimaner piú lungamente a Chioggia. Tutti aveano già preso posto nel naviglio allorché v'entrammo. Essendoci la compagnia riuscita nell'andata cosí noiosa, nel ritorno prendemmo una camera per noi soli. Il Principe s'informò quali altre persone vi fossero a bordo. - Un Domenicano - gli fu risposto - ed alcune signore che sono di ritorno a Venezia. Il Principe non fu curioso di vederle, ed entrò tosto nella camera. La Greca era stata il soggetto de' nostri discorsi nell'andata, e lo era anche nel ritorno. Il Principe andava rammentandosi con trasporto la di lei apparizione nella chiesa; de' piani furono ideati e rigettati; il tempo passò come un baleno: prima che ci accorgessimo, ci trovammo a Venezia. Alcuni de' passeggieri smontarono, ed il Domenicano tra questi. Il padrone della nave andò dalle signore, le quali, come rilevammo allora per la prima volta, non erano separate da noi che per un sottile tavolato, e dimandò loro ove voleano approdare. - All'isola di Murano - gli fu risposto e nominata anche la casa. - Isola di Murano! - gridò il Principe; ed un moto di presentimento sembrò scuoterlo e diffondersi nella sua anima. Prima ch'io avessi tempo di rispondergli corse in camera Biondello dicendo: - Altezza, sa ella in compagnia di chi abbiamo viaggiato? Il Principe a tali parole si levò. - Ella è qui! Ella stessa! - continuò Biondello. - Io ho lasciato adesso il suo servente. Il Principe uscí fuori con impeto. La camera era per lui troppo angusta, e tutto il mondo lo sarebbe stato in quel momento. Mille sensazioni tumultuavano nel suo interno: gli tremavano le ginocchia; il pallore ed il rossore si succedevano a vicenda sul volto. Io palpitava con lui nell'aspettativa. Mi mancano le parole per descriverle questa situazione. Si approdò a Murano. Il Principe saltò a terra sul lido. Ella venne. Io lessi in volto al Principe ch'ella era dessa. Il di lei sguardo mi tolse ogni dubbio. Io mai non vidi un piú bell'aspetto: tutte le descrizioni del Principe erano inferiori al vero. Un incarnato vermiglio le tinse il volto subito ch'ella vide il Principe. Bisogna ch'ella avesse udito tutto il nostro discorso, e non poteva neppur dubitare d'esserne stata il soggetto. Ella diede un'occhiata significante alla matrona, che l'accompagnava, come se dir volesse: "Egli è quel desso!" quindi abbassò gli occhi pieni di modesta confusione. Una sottile tavola fu posta fra la nave ed il lido, sulla quale ella dovea passare. Essa sembrava timorosa di montarvi sopra; ma meno, come a me parve, perché ella temesse di sdrucciolare, che perché farlo non poteva senza soccorso, ed il Principe stendeva già il braccio per assisterla. La necessità trionfò di questa sua perplessità. Ella accettò la sua mano, e fu tosto sul lido. La violenta agitazione d'animo nella quale era il Principe, lo rese incivile; l'altra dama, che attendeva lo stesso soccorso, fu da lui dimenticata e che non avrebbe egli dimenticato in quel punto? Io le resi finalmente questo servigio, e ciò mi mise a portata d'udire il preludio d'un colloquio ch'erasi incominciato tra il mio Signore e quella Dama. Egli teneva ancora la di lei mano nella sua... per distrazione, cred'io, e senza ch'egli stesso lo sapesse. - Non è la prima volta, signora, che... che... - Egli non poteva proseguire. - Mi pare di ricordarmene - rispose ella con voce sommessa. - Nella chiesa di *** - continuò egli. - Appunto in quella chiesa - ella soggiunse. - E poteva io figurarmi oggi d'esserle sí vicino... Qui ella ritirò dolcemente la di lei mano dalla sua. Egli si confondeva visibilmente. Biondello, che frattanto avea parlato col servo, gli venne in soccorso. - Signore - diss'egli - queste dame hanno ordinato delle lettiche a questo posto; ma noi siamo ritornati piú presto che non se lo aspettavano. In queste vicinanze evvi un giardino, dove possono entrare, e dimorarvi per evitare la folla. La proposizione venne accettata, ed ella può immaginarsi con quale alacrità dalla parte del Principe. Si restò nel giardino sino a sera. Ci riuscí a Z*** ed a me di tener occupata la matrona, affinché il Principe potesse trattenersi senza soggezione con la giovane Dama. Ch'egli abbia saputo approfittare di quei momenti, ella può arguirlo dalla permissione ch'egli ottenne di farle visita. Anche nel momento ch'io le scrivo egli è colà. Al suo ritorno io potrò forse sapere qualche cosa di piú. Ieri al nostro ritorno a casa ritrovammo anche le sospirate cambiali della nostra corte, ma accompagnate da una lettera, che fece montar sulle furie il mio Signore. Egli viene richiamato, ma in termini ai quali non è sinora stato avvezzo. Egli vi ha tosto fatta risposta per le rime, e vuol restare. Le cambiali sono appena bastanti per pagare gl'interessi del capitale ai cui è debitore. Noi attendiamo ansiosamente la risposta di sua sorella. LETTERA X Il Barone di F*** al Conte d'O*** Settembre... Il Principe è in rotta con la sua corte; tutte le nostre risorse da quella parte ci vengono interdette. Le sei settimane, al termine delle quali il mio Signore dovea pagare il Marchese, erano già da alcuni giorni passate, e ancora non compariva alcuna lettera di cambio né da suo cugino, cui avea di nuovo, e coi termini piú pressanti, chiesta un'anticipazione, né da sua sorella. Ella può bene immaginarsi che Civitella non faceva il minimo cenno, ma il Principe avea una memoria tanto piú fedele. Ieri a mezzogiorno giunse una risposta della corte regnante. Noi avevamo poco prima fatta una nuova investitura pel nostro alloggio, ed il principe avea già pubblicamente dichiarata la prolungazione del suo soggiorno. Senza profferire una sillaba il Principe mi mise la lettera nelle mani. I suoi occhi parean di fuoco, ed io leggea di già sulla sua fronte il tenore di quella carta. Può ella immaginarselo, mio caro d'O***? Si è in **** informati di tutte le aderenze, che il mio Signore ha in questa città, e l'impostura vi ha ordito sopra una orribil tela di menzogne. Fra l'altre cose si legge in quel foglio, essersi inteso con dispiacere, che il Principe da qualche tempo abbia cominciato a smentire il suo primo carattere, ed a prendere una condotta diametralmente opposta alla sua solita lodevol maniera di pensare. Sapersi, ch'egli si dà nella maniera piú stravagante in preda alle donne ed al giuoco, ch'egli si carica di debiti, che dà retta a de' visionari e ciurmadori, che ha delle aderenze sospette con prelati cattolici; e che mantiene una corte superiore al suo rango ed alle sue finanze. Dicesi persino, ch'egli sia in procinto di coronare questa sua al sommo ributtante condotta con una apostasía alla chiesa romana. Per purgarsi da quest'ultima accusa, attendersi da lui un pronto anzi immediato ritorno. Aver ordine un banchiere di Venezia, cui egli rimetterebbe lo stato delle sue passività, di soddisfare i suoi creditori subito dopo la sua partenza, poiché in tali circostanze non giudicavasi ben fatto di affidare a lui il danaro. Quali accuse, e con che stile! Io presi la lettera, la lessi, e la rilessi da capo per procurare di ritrovarvi qualche cosa che potesse raddolcirne l'asprezza. Non vi trovai nulla, e mi riuscí del tutto incomprensibile questa nuova maniera di esprimersi. Z*** mi fece risovvenire delle segrete interpellazioni state da qualche tempo fatte a Biondello. L'epoca, il tenore, tutte le circostanze combinavano. Noi le avevamo a torto attribuite all'Armeno. Ora veniva in luce da che parte procedessero. Apostasia! Ma chi può aver interesse di calunniare sí orribilmente e sí scioccamente il mio Signore? Io temo che questo sia un tiro del Principe di ***, che vuol venire a capo di allontanare il nostro padrone da Venezia. Questi taceva tuttora con occhi fissi ed immobili. Il suo silenzio mi dava pena. Io mi gettai a' suoi piedi. - Per amor del cielo, Altezza - io esclamai - non s'appigli a qualche partito violento. Ella deve avere ed avrà la piú compiuta soddisfazione. Abbandoni a me questo affare. Mi spedisca colà. Ella è cosa inferiore alla di lei dignità il giustificarsi di tali accuse; ma mi permetta di farlo io stesso. Il calunniatore dev'essere nominato, e devono aprirsi gli occhi a ****. Fu in tale situazione che ci ritrovò Civitella, il quale maravigliandosi ci dimandò la cagione del nostro sbalordimento. Z*** ed io stavamo zitti. Ma il Principe, che già da gran tempo è avvezzo a non mettere alcuna differenza fra quello e noi, e ch'era ancora in troppo bollor di collera per dare ascolto in quel momento alla prudenza, ci comandò di comunicargli la lettera. Io voleva differire, ma il Principe me la levò di mano, e diedela egli stesso al Marchese. - Io sono di lei debitore, signor Marchese - prese a dire il Principe, dopo che quegli con istupore ebbe trascorsa la lettera - ma ella non si lasci per questo inquietare. Mi accordi soltanto venti giorni di respiro ancora, ed ella sarà soddisfatto. - Altezza - esclamò Civitella altamente commosso - ho io meritato questo? - Ella non ha voluto ricordarmelo; riconosco la di lei delicatezza, e ne la ringrazio. Fra venti giorni, come le ho detto, ella sarà appieno soddisfatto. - Che cosa è questa? - mi dimandò Civitella con sommo stupore. - Come può combinarsi tutto questo? Io non lo capisco. Noi gli spiegammo quello che sapevamo. Egli trasecolò. - Il Principe - diss'egli - deve pretendere soddisfazione; l'offesa è inaudita. - Frattanto egli lo scongiurò a disporre senz'alcuna riserva di tutte le sue sostanze e del suo credito. Il Marchese era partito, ed il Principe continuava ancora a non dir parola. Esso passeggiava su e giú per la camera con frequenti passi; qualche cosa di straordinario covava dentro di sé. Finalmente, egli si fermò su' due piedi, e mormorò fra' denti le seguenti parole: - Si congratuli seco stesso - disse egli. - Egli è morto alle nove ore. Noi lo guardammo sbigottiti. - Si congratuli - continuò egli - congratularsi. Io deggio congratularmi. Non ha egli detto cosí? Cosa intendeva dire con ciò? - Perché pensa ella adesso a questa cosa? - diss'io - che ha che far questo ora? - Allora io non ho compreso cosa dir volesse quell'uomo. Ora lo comprendo. Ah! ch'ella è cosa estremamente dura l'avere un superiore che ci comanda! - Mio caro Principe. - Che ce lo può far sentire! Ah! Ciò deve raddolcirsi! Egli si trattenne ancora. La sua cera mi spaventava. Io non l'avea mai cosí veduta. - O il piú miserabile fra il popolo - riprese egli ancora - od il Principe piú vicino al trono! Egli è perfettamente lo stesso. Non v'è che una sola differenza fra gli uomini: ubbidire, o comandare! Egli guardò ancora alla lettera. - Voi avete veduto l'uomo - continuò egli - che osa cimentarsi a scrivermi cosí. Lo salutereste voi per istrada se il destino non l'avesse fatto vostro padrone? Per Dio! È pur qualche cosa di grande una Corona! In questo tuono egli continuava, e seguirono de' discorsi ch'io non oserei confidare ad una lettera. Ma in quest'occasione il Principe mi scoperse una circostanza, che eccitò in me non lieve stupore e spavento, e che può avere le piú pericolose conseguenze. Intorno ai rapporti di famiglia alla Corte di *** noi siamo stati sinora in un grande errore. Il Principe ha risposto sul momento alla lettera malgrado ogni mio sforzo per oppormegli, e la maniera con cui lo ha fatto non lascia piú sperare alcun amichevole accomodamento. Ella avrà pure curiosità, mio carissimo d'O***, di sapere finalmente qualche cosa di positivo della Greca; ma questo è appunto quello su di cui non posso tuttavia darle alcuno schiarimento soddisfacente. Dal Principe non si può cavar nulla, poich'egli è messo a parte del segreto, e, come ho luogo di presumere, egli si è obbligato di non violarlo. Ma si sa però con certezza che ella non è Greca come noi la credevamo. Ella è Tedesca, e di nobilissimi natali. Una certa voce, che mi è riuscito di udire, le dà una madre di altissimo rango, e la pretende il frutto d'infelici amori che hanno fatto grande strepito in Europa; segrete insidie di mano possente l'hanno, al dir di tal voce, costretta a cercare riparo in Venezia, e questo è appunto il motivo per cui ella si tiene nascosta, e che ha reso impossibile al Principe di rintracciare il di lei soggiorno. Il rispetto col quale il Principe di lei parla, e certi riguardi ch'egli ha per essa, sembrano avvalorare questa conghiettura. Egli ha concepito per essa una furiosa passione che s'aumenta ogni giorno. Alla prima le visite erano permesse con parsimonia; ma già nella seconda settimana fu abbreviato il periodo di lontananza, ed ora non passa giorno in cui il Principe non vi si rechi. Passano per noi le lunghe sere senza vederlo mai, e quando non è seco lei, è pur sempre occupato di lei sola. Tutto il suo essere sembra trasformato. Egli va intorno come estatico, e nulla di quanto sinora lo ha interessato può ottener da esso la piú leggiera attenzione. Dove andrà questo a finire, mio caro amico? Io tremo per l'avvenire. La rottura con la sua Corte ha ridotto il mio Signore ad una bassa dipendenza da un sol uomo, cioè dal Marchese di Civitella. Questi è ora padrone de' nostri segreti, di tutto il nostro destino. Conserverà egli sempre una sí nobile maniera di pensare, come sinora l'ha per noi dimostrata? Questa buona armonia sarà poi resistibile al tempo, e potrà dirsi cosa ben fatta l'accordare ad un uomo, anche il piú perfetto, tanta autorità e potere? Si è spedita un'altra lettera alla sorella del Principe. Spero di potergliene comunicare il risultamento con la mia prima lettera. Il Conte d'O *** per continuazione Ma questa "prima lettera" non pervenne. Passarono tre mesi intieri prima ch'io avessi notizia da Venezia: interruzione il cui motivo si spiegò pur troppo nel seguito. Tutte le lettere dal mio amico a me dirette erano state intercettate e soppresse. Si giudichi della mia sorpresa allorché finalmente nel dicembre di quell'anno ricevei la seguente lettera, che per mera fortuna (mentre Biondello, che dovea portarla alla posta cadde improvvisamente ammalato) pervenne alle mie mani. "Ella non iscrive. Ella non risponde... Venga... Deh! venga sull'ali dell'amicizia. La nostra speranza è svanita. Legga, di grazia, la qui acchiusa. Ogni nostra speranza è perduta. "La ferita del Marchese dicesi mortale; il Cardinale medita vendetta, ed i suoi assassini cercano il Principe. Il mio Signore - o infelice mio padrone! - E siam noi giunti a tal segno? - sciagurato, orribile destino! Come vili dobbiamo noi nasconderci ad assassini e bricconi. "Io le scrivo dal chiostro di *** dove il Principe ha ritrovato un asilo. In questo punto egli riposa sopra duro letto accanto a me, e dorme - ah! questo è il sopore della piú mortale debolezza, che gli darà nuova lena per meglio sentire i suoi tormenti. Nei dieci giorni ch'ella fu malata, i di lui occhi non ebbero un solo momento di quiete. Io fui presente alla sezione del cadavere. Si trovarono indizi di veleno. Oggi le si darà sepoltura. "Ah! mio caro d'O*** il mio cuore è lacerato. Io sono stato spettatore d'una scena, che si serberà indelebile nella mia memoria. Io ho assistito al suo letto di morte. Ella morí santamente, gli ultimi suoi moribondi accenti erano altrettanti sforzi ch'ella faceva per tirare il suo amante sulla strada, che dovea condurla al cielo... Tutta la nostra fermezza fu scossa; il Principe solo rimase intrepido; e sebbene egli sentisse tre volte piú di noi il dolore della sua perdita, egli conservò non di meno tanta presenza di spirito da ricusare alla zelante oratrice l'ultima sua preghiera." In questa lettera era acchiusa la seguente: "Al Principe di *** la di lui sorella "La chiesa unicamente ortodossa, che nel Principe di *** ha fatta una sí brillante conquista, non gli lascerà mancare i mezzi di continuare la maniera di vivere cui ella è debitrice di tale conquista. Io ho lagrime e preghiere per un traviato, ma non ho piú benefici per un indegno. ENRICHETTA ***" Io presi immediatamente la posta; viaggiai giorno e notte, e nella terza settimana fui a Venezia. La mia prontezza non mi giovò a nulla. Io era venuto a portare consolazione e soccorso ad un infelice: trovai un uomo felice, che piú non avea bisogno della mia debole assistenza. F*** era ammalato e non gli si potea parlare, quando io arrivai: mi fu recato il seguente biglietto scritto di suo pugno: "Ella ritorni, mio caro d'O*** al luogo d'onde è venuto. Il Principe non ha piú bisogno né di lei né di me. I suoi debiti sono pagati, il Cardinale è riconciliato, il Marchese è ristabilito. Si ricorda ella dell'Armeno che ha saputo sí bene imbrogliarci l'anno scorso? Nelle sue braccia ella troverà il Principe, che già da cinque giorni... ha ascoltata la prima messa." Ciò non ostante io mi diedi premura di parlare al Principe, ma fui rimandato indietro. Al letto di un mio amico io seppi finalmente l'inaudita catastrofe. FINE (1) Questo severo giudizio, che il Barone di F*** si fa lecito di dare qui ed in altri passi della prima lettera sopra un Principe dotato di molto spirito, si troverà esagerato, come a me sembra, da chiunque ha la sorte di conoscere da vicino quel personaggio, e lo condonerà alla preoccupazione di questo giovane scrittore (Nota del Conte d'O***).